Perché il problema non è una banca centrale comune europea

di Giovanni Medioli dal Numero 3 - Luglio - Settembre 2012
L’unione bancaria continentale potrebbe essere un passo verso la fine della speculazione sugli spread, ma non decisivo in assenza di istituzioni governative comuni capaci di una politica monetaria credibile.
In merito alle recenti decisione assunte da parte dei capi di stato europei nel corso dei summit estivi per far fronte agli attacchi speculativi e alle turbolenze finanziarie sull’euro e sui differenziali di rendimento dei titoli di stato dei paesi dell’Eurozona, ospitiamo un’ intervento di Loriana Pelizzon, docente di politica economica ed economia della finanza a Cà Foscari (Venezia), che illustra a livello tecnico che cosa possono e dovrebbero fare le autorità di vigilanza italiane ed europee in relazione con le autorità politiche nazionali e sovranazionali per fare fronte alla crisi attuale.

Quali sono i problemi principali da affrontare in sede europea per superare l’attuale situazione di debolezza agli attacchi speculativi? Vanno ridefinite le funzioni delle banche centrali. Allo stato attuale la BCE stampa moneta circolante più la riserva (base monetaria). Il che non significa però controllare tutta la moneta in circolazione: in realtà un ruolo importante lo svolge il moltiplicatore dei depositi bancari. In banca è depositato molto più denaro di quello “fisico” che circola in contanti. Le banche commerciali, attualmente, sono vigilate dalla BCE solo sotto il profilo delle riserve, mentre per il credito fanno capo alla normativa di vigilanza nazionale, dunque alle banche centrali nazionali. Della solvibilità del sistema bancario nazionale risponde lo stato nazionale con il fondo di garanzia dei depositi, cioè in sostanza con la finanza pubblica. Se interviene un default degli stati nazionali, risponde chi ha prestato i soldi allo stato nazionale insolvente. Nel caso di default a catena delle banche in un particolare Stato non c’è rimborso dei depositi: il fondo non sarebbe sufficiente e quindi o c’è un intervento dello Stato con la finanza pubblica (per esempio emettendo nuovo debito) oppure non c’è un risarcimento per i depositanti.

La soluzione potrebbe essere l’emissione da parte della Bce di questi eurobond di cui tanto si discute? La cosa essenziale è capire chi fa che cosa, fatto che in generale non è molto ben compreso: la Bce non emette bond perché stampa euro. Perché dovrebbe raccogliere denaro visto che può crearlo? Dunque chi dovrebbe emettere gli eventuali eurobond? L’Unione Europea? Un’istituzione ad hoc come l’European Stability Mechanism (Esm) capitalizzata dai diversi stati, che funzioni come una banca? In ogni caso non potrebbe essere la Bce, che oggi acquista – non emettei titoli dei diversi stati, a emettere gli eurobond. Sarebbe una totale confusione di ruoli: non sono mai gli istituti centrali a salvare le banche. Il default di un istituto di credito italiano non lo ripianerebbe la Banca d’Italia ma il Ministero del Tesoro, con in più il problema di non dover incorrere nelle procedure di infrazione per aiuti di stato a livello comunitario. In teoria la Bce può comperare tutto senza passare doversi finanziare dai mercati, ma non lo fa per non creare sovrainflazione: quando la Bce ha iniziato ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà, fra cui quelli italiani, la Germania si è sempre opposta. La Fed invece ha il potere di farlo senza nessuna influenza diretta da parte del governo statunitense. Certo, la Fed ha l’obbligo di controllare l’inflazione, ma anche quello di favorire la crescita economica: si muove fra questi due obiettivi che deve contemperare. Per contro non esistono singoli stati che fanno parte degli Usa che possano contestare l’operato della Fed, anche se gli stati hanno ognuno una sua diversa politica fiscale.

La creazione e il finanziamento dell’Esm è dunque il punto cruciale dell’intera operazione di difesa dagli attacchi speculativi? Non servirebbe un Esm se la Bce potesse comperare più titoli di stato dei paesi in difficoltà, i cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Ma, stanti le regole attuali, il paese che riceve questi aiuti deve aver sottoscritto il Fiscal Compact secondo il quale il deficit annuale di bilancio non può sforare lo 0,5% del Pil, dunque obbligarsi a sottostare a regole di spesa pubblica molto severe. Il che significa, tra l’altro, che se si contrae il Pil a causa della cattiva congiuntura economica, i vincoli diventano più stringenti, creando una vera e propria “trappola” per i paesi economicamente più deboli. Il problema non è solo di imposizione di condizioni rigide da parte della Germania: dal punto di vista tedesco e dei paesi “virtuosi” il problema è che se non si mettono vincoli molto rigidi il deficit non può che finire per aumentare: i paesi a rischio, di fronte a tassi tenuti artificialmente bassi, continuerebbero a fare la cicala perché in qualche maniera il deficit verrebbe comunque coperto dall’Esm e non da loro stessi. Tuttavia anche la Germania sembra favorevole, entro certi limiti, a salvaguardare la stabilità europea a fronte di limitazioni dell’autonomia dei paesi più fortemente debitori. Il meccanismo speculativo si prefigura se si spensa che uno stato possa fallire. Ci sono molti precedenti europei anche abbastanza recenti: nel 1992 di fronte ad un attacco speculativo molto potente né l’Italia né l’Inghilterra riuscirono a rimanere nello Sme, il sistema di cambi europei “a fluttuazione limitata” che avrebbe poi portato alla creazione dell’euro. Ce la fece invece la Svezia, altrettanto sotto attacco da pare della speculazione: portò i tassi di interesse al 500% attirando capitali che permisero di immunizzare l’attacco speculativo rendendo praticamente impossibile indebitarsi (poi decise di non entrare nell’euro, ma questa è un’altra storia). Il problema è che gli attacchi speculativi non avvengono mai a caso: se non c’è una fragilità di fondo non c’è neppure speculazione. Certo, si può pensare che i mercati finanziari debbano sottostare a regole più severe, che alcuni strumenti e tecniche di speculazione siano oggi assimilabili a “strumenti finanziari di distruzione di massa”. Ma la verità è che una riforma dei mercati, peraltro complicatissima da ipotizzare, difficilmente avrebbe effetti certi e positivi, perché se è vero che il mercato è fonte di attacchi speculativi, è anche vero che è la fonte dei finanziamenti anche per gli Stati nazionali. E questa è di fatto una delle principali critiche all’ipotesi di una Tobin Tax (una tassa sulle transazioni finanziarie) a livello europeo. Se in Italia avessimo i conti a posto, l’economia in crescita, se fossimo credibili, non solo nessuno ci attaccherebbe ma probabilmente i mercati farebbero a gara per finanziarci. Dunque non solo è difficile separare gli aspetti tecnici delle questione da quelli politici e in particolare di gestione della spesa pubblica... È di fatto impossibile. Il problema non è solo quello del debito pubblico insieme a un’unione monetaria zoppa. E neppure quello di una Bce che non ha la piena vigilanza bancaria su tutti gli istituti dell’Unione. Il problema principale è che non abbiamo un ministero del Tesoro comune europeo con capacità autonoma di imposizione fiscale. Se ci fosse, la Germania ha già detto che non sarebbe contraria all’emissione di eurobond. In alternativa a questa strada, che è quella maestra, ci possono essere solo soluzioni a breve che sul lungo periodo potrebbero non funzionare. Se l’Esm finanzia le banche spagnole oggi per 500 miliardi, per l’Italia (che ha 2.000 miliardi di debito pubblico e un Pil al di sotto dei 1.700 e in contrazione) potrebbe non farcela. Andrebbe rivisto accuratamente il parallelo con gli USA, dove hanno impiegato quasi 150 anni e una sanguinosissima guerra civile per avere un’unione vera. Noi in Europa non ci arriveremo subito, ma dobbiamo puntare a una federazione di stati: se questi esprimono una divisa credibile, tutto il sistema sta in piedi. Attualmente il sistema non è equilibrato e quindi non è credibile.

Quale Bce per l’Europa del prossimo decennio? All’inizio di luglio l’economista Francesco Giavazzi, collaboratore del Corriere della Sera, docente di politica economica presso l’Università Bocconi di Milano e membro del consiglio di analisi sulla politica economica della Commissione Europea, ha pubblicato sul sito lavoce.info un interessante articolo sul cambio di strategie della Bce. A suo dire il Presidente Mario Draghi sta seriamente pensando che la situazione dell’euro e dell’eurozona non possa più essere governata soltanto con interventi straordinari come le continue iniezioni di liquidità sul mercato, così come l’acquisto di blocchi di titoli di Stato dei Piigs nel momento degli attacchi speculativi, fra l’altro fortemente avversato dalla Germania. L’idea di Draghi, che nel frattempo ha abbassato il tasso ufficiale di sconto nell’Eurozona allo 0,75% con effetti scarsi o nulli sulla speculazione, sarebbe (secondo Giavazzi) quella che nessuna azione contingente per la stabilizzazione dei mercati può avere successo se nel frattempo non viene varata una chiara politica economica “armonizzata” a livello europeo, con meccanismi che spostino gradualmente ma inesorabilmente i meccanismi di spesa e imposizione fiscale verso la Commissione europea, sottraendo autonomia ai singoli governi nazionali che non si dimostrino capaci di rispettare i vincoli di bilancio. Nel frattempo, sempre secondo Giavazzi, il governo centralizzato delle banche non sarebbe una priorità se non come un passo in un quadro di unione del governo dell’economia. Di opinione diversa, sullo stesso sito, Paul De Grauwe, docente di economia internazionale presso l’Università di Lovanio in Belgio e membro del gruppo di analisi sulla politica economica della Presidenza dell’Unione Europea. A suo parere l’unione bancaria con un’autorità di supervisione europea e la possibilità di organizzare ricapitalizzazioni bancarie a livello europeo sono, dopo gli ultimi summit europei, un fatto compiuto. Ma con quali caratteristiche? Di fatto la discussione politica, secondo De Grauwe, si sposta adesso proprio sui poteri di supervisione della Bce e sui compiti dell’Esm, che dovrebbe accollarsi le attività di ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e di acquisto sui mercati dei titoli di stato dei paesi sotto attacco speculativo fino ad oggi svolto dalla Bce. Compito che, secondo De Greuwe, l’Esm non può svolgere efficacemente stante la sua dotazione finanziaria, prevista ad oggi in 500 miliardi di euro, insufficienti anche per intervenire a sostegno dei primi due paesi vittime della speculazione, Spagna e Italia, che hanno un debito pubblico complessivo di circa 2.800 miliardi di euro. Dunque, a suo parere, dovrebbe continuare a essere la Bce ad acquistare i titoli di stato delle nazioni dell’Eurozona. Ancora diversa la posizione espressa sempre sulla stessa testata da Thorsten Beck, Daniele Gros e Dirk Schoenmaker, vertice del Centro Europeo per gli Studi di Politica Economica (Ceps) di Bruxelles, uno dei più seguiti centri di consulenza strategica europei: secondo loro la prima esigenza della politica finanziaria europea per fronteggiare la crisi attuale è la realizzazione di un’unione bancaria, perché solo attraverso una vera armonizzazione delle regole a cui sono sottoposti i gruppi bancari transnazionali che oggi operano nei paesi dell’Unione si possono dare alla Bce veri poteri di vigilanza e di indirizzo in grado di evitare l’insorgenza di nuove crisi e una gestione capace di evitare che si perpetuino effetti perversi delle cattive politiche economiche degli stati anche sul sistema bancario. Gli autori sono peraltro molto critici sul sistema ipotizzato con la creazione dell’Esm, che, a loro parere, finirebbe per peggiorare e non per migliorare la situazione debitoria delle banche spagnole in primis, ma in sostanza di tuti gli istituti che dovessero farvi ricorso.

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