Le sfide dei nuovi mercati tra innovazione e paesi emergenti

di Mariella Trucchi dal Numero 1 - Gennaio - Febbraio 2010
Passeranno anni prima di colmare il divario derivato dalla crisi tra i livelli più alti raggiunti nel precedente periodo di espansione della domanda e della produzione ed il profondo minimo raggiunto dalla recente recessione in Italia ed in altri Paesi del Mondo. Tuttavia questa recessione globale, la più diffusa e grave dal dopoguerra ad oggi, è terminata anche se le sue conseguenze continuano a farsi sentire ed a condizionare l’evoluzione futura delle economie industriali, determinando una crescita a modesta velocità con livelli inferiori ai valori pre-crisi.
È una ripresa lenta, faticosa e diseguale, tutta in salita. Questo è quanto risulta da una Ricerca del Centro Studi Confindustria sugli scenari economici, presentata in un Seminario a Roma il 17 dicembre 2009 presso la sede della Confindustria - sala Andrea Pininfarina - e riguardante “Le Sfide dei Nuovi Mercati tra Innovazione e Paesi emergenti.” È un volume eccellente e si ringraziano gli Autori per la doviziosità degli argomenti trattati e la Confindustria per la pubblicazione dell’opera.
Analizzando le opportunità di sviluppo della produzione dei mercati internazionali, come rivela questo Studio, si riscontra uno spostamento del “baricentro della crescita” sotto due aspetti: geograficamente verso i Paesi emergenti soprattutto i quattro BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) che sempre più offriranno un contributo rilevante all’incremento del Pil mondiale; tecnologicamente verso le cosiddette innovazioni pervasive o additive, trasversali ai settori dell’economia. La ricerca di nuovi mercati con il conseguente aumento di sbocchi commerciali ed il progresso tecnico-scientifico costituiscono le fonti di aumento di ricchezza e di benessere per le nazioni. Dal 2001 i Paesi emergenti originano la parte più ampia dell’aumento del PIL globale ed il reddito pro capite è salito del 46% in termini reali, contro il 12% dei Paesi avanzati.
La capacità di innovare è il fattore competitivo che permette di rafforzare le quote di mercato dell’impresa e pertanto il vero imprenditore è quello che innova in ogni aspetto della vita aziendale, bisognoso però di trovare un contesto generale che non ostacoli, ma agevoli tali iniziative. Anche una più ampia conoscenza dei nuovi bisogni, delle nuove scoperte e relative applicazioni può creare domanda e favorire un progresso innovativo, tenendo presente che nella crescita industriale di un paese l’industria manifatturiera è quella primaria ed indispensabile alla crescita economica. Inoltre una determinante importante per l’aumento della produttività è l’istruzione che coinvolge il sistema economico nel suo complesso ed un altro macrotrend al quale le imprese devono porre attenzione è la partecipazione femminile al lavoro sia nei paesi emergenti sia negli avanzati, che influenzerà sempre più gli acquisti delle famiglie e quindi la produzione.

Le previsioni riguardanti la crescita economica in Italia

La tenuta della crescita dell’Italia dipenderà dalla forza della ripresa internazionale e della domanda globale già in forte recupero per l’espansione in Italia e nei Paesi emergenti. L’indicatore Ocse prevede miglioramenti in Europa, specie in Italia e Francia. I progressi riguardano in particolare il manifatturiero con un recupero nell’Eurozona e negli Stati Uniti. In Italia è previsto un incremento della produzione industriale, secondo lo studio della Confindustria, ma i rischi futuri permangono, perché legati all’esaurimento degli effetti delle politiche economiche ed alla fragilità delle componenti della domanda finale dovute alle difficoltà di accesso al credito. L’assicurazione principale contro tali rischi deriva dalla robusta espansione dei Paesi emergenti (l’Asia fa da traino alla ripresa ed all’espansione, soprattutto Cina ed India apportano contributi maggiori alla crescita globale per la dimensione della loro domanda interna e per gli stimoli fiscali dei loro governi) ed in Italia la fiducia delle imprese e dei consumatori hanno rimesso in moto la domanda interna. Dopo due anni di contrazione i consumi torneranno ad aumentare nel 2010 (+0,8%), grazie al miglioramento dei bilanci familiari e all’inflazione che si manterrà contenuta. Vi è un lento risveglio dell’export italiano ed i Paesi emergenti guidano il commercio mondiale. Anche la ripresa dell’Europa trova benefici dal recupero della domanda estera, a seguito della crescita dei Paesi asiatici, del dinamismo degli USA e delle politiche di recupero previste dai governi Infine l’avvio della risalita, dopo la recessione, dipenderà dalle misure straordinarie e di espansione dei governi e delle banche centrali. I governanti dovranno contenere e controllare deficit e debiti pubblici balzati a valenze elevate ed il cui rientro si prevede a partire dal 2011. Oggi le banche centrali lentamente stanno ridando fiducia alle borse ed ai consumatori ed imprenditori con un ritorno alla normalità anche dei tassi di interesse. Tuttavia un dato grave ed ancora permanente della crisi è l’aumentata disoccupazione soprattutto in Italia ed in Europa che non favorisce di certo la crescita economica. Gli strumenti per contrastarla ed attutirne l’impatto sono: i sostegni al reddito e la formazione. La formazione è la parola chiave nel futuro per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro ed alla perdita del posto di occupazione. Il mercato del lavoro ha risentito, sia pur con ritardo, degli effetti negativi della crisi poiché durante la recessione la diminuzione delle unità di lavoro a tempo pieno (ULA) è stata più contenuta del calo del PIL: -2,7% verso -6,5%, rispettivamente, dal primo trimestre del 2008 al secondo del 2009. Alla fine di dicembre 2009 in Italia la disoccupazione è salita all’8,5%, mentre nel resto dell’Europa al 10,5%.
Ciò si è tradotto in una diminuzione della produttività (-3,8%) e di conseguenza dei margini di profitto delle imprese. Si stima che la domanda di lavoro ricomincerà a crescere nel 2011 dopo un aggiustamento del livello di produttività. In tale situazione massiccio è stato il ricorso per i lavoratori alla Cassa Integrazione Guadagni (CIG).

Principali ostacoli alla crescita economica

Sintetizzando, gli ostacoli principali alla crescita economica riguardano:
a) la crescente selettività del credito ad imprese e
famiglie
b) l’incompleto risanamento dei bilanci bancari c) gli alti prezzi degli immobili ad uso abitativo in
alcune nazioni europee, dove la loro correzione è stata rinviata dai bassi tassi di interesse dei mutui ipotecari
d) l’aumento della parsimonia delle famiglie
e) il protezionismo strisciante
f) la necessità di risanare i conti pubblici con l’avvio delle manovre di rientro dai deficit statali e la successiva stabilizzazione dei debiti pubblici che cominceranno a partire dal 2011
g) la rimozione degli stimoli delle politiche economiche.
Si può affermare che le difficoltà di finanziamento all’esigenze di spesa di imprese e famiglie, seguite dall’exit strategy di governi e banche centrali, costituiscono gli ostacoli principali alla crescita economica.
All’applicazione di questa stretta creditizia, dovuta alle suddette condizioni più selettive nell’erogazione del credito da parte delle banche, nonché più prudenziali per le sofferenze dei bilanci, è seguita la contrazione di investimenti e consumi su larga scala.
La crisi pertanto ha accresciuto il fabbisogno di finanziamento delle imprese. Nell’Eurozona la diminuzione dei prestiti bancari alle imprese è stata del 2,7% dal picco a ottobre 2009, pari a 133,5 miliardi di euro ed in Italia a l’1,6%. La discesa del Pil nominale nel 2009 è stata in Italia del 2,5% e del 2,7% in Eurolandia. Le imprese sostengono che l’irrigidimento delle condizioni di accesso al credito si è verificato sia attraverso più alti spread e costi non legati al tasso di interesse, sia attraverso la richiesta di ulteriori garanzie anche personali, con un allungamento dei tempi di erogazione che implica una minore disponibilità delle banche ad erogare. Le indagini presso le banche (Bank lending survey) mostrano un irrigidimento dei credit standard dal terzo trimestre 2007 e conseguentemente un aumento di esigenze di credito da parte delle imprese. L’aumento del fabbisogno di prestiti bancari da parte delle PMI e grandi imprese in Europa e soprattutto in Italia dipende anche dall’allungamento dei tempi di pagamento, in quanto le imprese hanno compensato la carenza di liquidità ritardando i pagamenti con effetti a catena. La violenta crisi ha pertanto modificato la natura della domanda di credito con un forte aumento dei prestiti per il riscadenzamento del debito in attesa della ripresa dell’attività economica e per fronteggiare così le conseguenze della crisi.
Come per il credito alle imprese anche per le famiglie le banche hanno operato una forte stretta degli standard di credito, che sono stati irrigiditi nel terzo trimestre 2009. Tuttavia il credito concesso alle famiglie italiane anche se a ritmi rallentati, è in aumento rispetto a quello delle imprese. L’erogazione dei mutui è ripartita grazie ai tassi molto bassi. Viceversa il credito al consumo è rimasto quasi fermo. Nel complesso i prestiti alle famiglie sono cresciuti del 4,4% annuo ad ottobre, rispetto a +9,5% nell’ottobre 2007.
A fronte di un incremento della domanda di prestiti bancari da parte delle imprese, le condizioni del credito secondo lo studio di Confindustria, possono aggravarsi sia perché le banche tenderanno a ridurre il rapporto tra attivi e capitale proprio, sia perché il peggioramento dei bilanci 2009 delle aziende comporterà un abbassamento dei rating dei debitori e, per rispettare le regole di Basilea2, vi sarà un aumento della ponderazione per il rischio dei relativi prestiti, che impone alle banche maggiori accantonamenti ed impiego di capitali. Forme di finanziamenti alternative, ma solo per una parte delle imprese, sono borse e bond. Mentre ciò è valido per USA e Regno Unito nell’Europa continentale ed in Italia si tratta di canali di accesso molto difficili per le PMI che hanno un ruolo importante nel sistema economico italiano. Gli interventi per attenuare le restrizioni del credito come sostegno diretto alle banche ed indiretto alle imprese sono in Italia i “Tremonti bond” per la capitalizzazione delle banche, lo swap di titoli della Banca d’Italia, i finanziamenti della Cassa depositi e prestiti ed altri strumenti purtroppo non tutti pienamente utilizzati. Il totale degli interventi di capitale in Italia (“Tremonti bond”) è stato di 4,1 miliardi per 4 gruppi bancari, di cui 2,1 miliardi in attesa di approvazione dal Governo, su un totale massimo stabilito in 10-12 miliardi.

Exit strategy delle banche centrali

Con il procedere della normalizzazione dei mercati finanziari devono essere attivate le exit strategy delle banche centrali con riguardo alla rimozione degli interventi eccezionali di sostegno all’economia, misure necessarie per evitare i rischi di spirali inflattive a seguito di eccessiva liquidità. Le due dimensione dell’exit strategy delle banche centrali riguardano: il rialzo dei tassi e la rimozione delle misure non convenzionali. Negli Usa ed in Eurolandia si sta avviando questa seconda dimensione in quanto esigenza prioritaria per rimediare al blocco dei sistemi finanziari e bancari. La FED ha ridotto da 90 a 28 giorni la durata dei prestiti alle banche tramite la finestra del tasso di sconto. La BCE ha richiesto alle banche due rating per accettare titoli garantiti da asset, come collaterale per accedere alle operazioni di finanziamento e ha annunciato la fine delle aste a importo illimitato a 12 mesi. In un prossimo futuro, dopo che la disoccupazione avrà iniziato a scendere, vi sarà una modifica dei tassi che tenderanno a salire.

Analisi di alcuni ostacoli alla crescita

Innanzitutto in Europa non si è ancora concluso l’aggiustamento del mercato immobiliare e ciò penalizzerà il settore edilizio e quindi frenerà la ripresa. La bolla immobiliare è stata attenuata dai bassi tassi di interesse e da alcuni interventi fiscali a favore dell’acquisto di case. In Italia, secondo Scenari immobiliari, il mercato residenziale ha registrato nel 2009 un calo del 15% rispetto all’anno precedente. Il rapporto prezzo delle abitazioni / reddito disponibile, nell’ultimo trimestre di cui ci sono i dati, è ancora al di sopra della media di lungo periodo. Negli Stati Uniti, invece, il mercato immobiliare si è stabilizzato dal secondo trimestre del 2009 ed i prezzi delle case sono saliti del +2,4% (Case-Schiller), ed il rapporto tra prezzo delle case e reddito disponibile è tornato ai livelli precedenti la crisi. Prosegue il protezionismo strisciante e sono in aumento le misure di discriminazione commerciali. Nonostante i proclami contenuti nei comunicati dei summit del G20, gli accordi bilaterali e regionali di liberalizzazione discriminatoria sono aumentati.
Il protezionismo valutario più palese è stato attuato dalla Cina nei confronti delle principali valute internazionali (dollaro-yuan). Lo yuan si è svalutato del 9% da marzo a dicembre 2009 rispetto alle principali monete, essendo stato agganciato al dollaro. Il deprezzamento della moneta cinese equivale ad un guadagno di competitività delle sue merci a scapito delle produzione altrui, in particolare di quelle dell’area euro verso cui lo yuan ha perso il 17,3%. Gli Stati Uniti hanno imposto dazi ingenti sulle importazioni dalla Cina per controbilanciare il deprezzamento dello yuan, così fino a quando l’America non toglierà quei dazi, la Cina con una logica ritorsiva avrà l’alibi per non adottare una politica di cambio flessibile rispetto al dollaro. La tutela del libero scambio commerciale internazionale è sinonimo di benessere, un mezzo per aumentare lo sviluppo economico, mentre le misure protezionistiche sono discriminatorie del libero scambio.
La domanda interna nelle maggiori economie avanzate resta molto debole in lieve recupero negli Stati Uniti, in calo nell’Eurozona. Nel corso della crisi i consumi delle famiglie hanno manifestato una maggiore tenuta rispetto alla contrazione del PIL. Le ricadute maggiori si sono verificate in Spagna e nel Regno Unito mentre in Italia la spesa delle famiglie è diminuita complessivamente del 2% tra il primo trimestre del 2008 ed il terzo del 2009, ma successivamente ha registrato un modesto recupero +0,4.
Lo studio di Confindustria ha evidenziato che la crisi globale ha accelerato il processo di avvicinamento delle economie emergenti a quelle avanzate. I grandi paesi emergenti aprono sentieri di crescita anche per le imprese occidentali grazie allo sviluppo della loro classe benestante ed all’aumento della partecipazione femminile al lavoro. La vera novità è che i paesi emergenti saranno sempre più fonte di nuova domanda e nuove opportunità per le imprese del mondo avanzato. Oggi il 22% dei consumi privati mondiali viene dai paesi emergenti, di cui quasi la metà dai BRIC, rispetto al 18% nel 2000. Le imprese italiane possono intercettare i nuovi consumatori dei paesi emergenti e trarre beneficio dalle loro richieste.

Le strategie delle imprese

Per conquistare nuovi mercati e sopravvivere le imprese devono avere la capacità di cambiare. Le imprese italiane in questo campo hanno mostrato un’eccezionale capacità di adattamento alle esigenze mutevoli dei loro clienti specie sui mercati internazionali ed un’altrettanta rapidità di selezione delle aree di mercato. Fattore competitivo delle nostre imprese è appunto questa velocità di riposizionamento geografico delle esportazioni italiane in funzione del mutare della domanda. Ciò che invece lascia a desiderare per le imprese italiane è la struttura merceologica dell’offerta, sottoposta a denuncia e critica per il ritardo accumulato dalla produzione nei confronti dei Paesi emergenti e delle grandi economie internazionali. Giova riflettere sulle motivazioni per le imprese italiane di questa differenza tra il vincolo del sistema sul piano merceologico e la superiorità competitiva sul piano geografico e su quello degli adattamenti delle produzioni alla domanda (customization). Una prima considerazione sulla realtà delle imprese italiane è l’avvenuto cambiamento sul piano merceologico ottenuto con tecnologie evolute, che ha permesso nella realtà un posizionamento strategico dell’industria nazionale sui mercati mondiali, anche di fronte alla concorrenza dei Paesi a più basso costo di lavoro. Tuttavia tali cambiamenti in Italia, che riguardano la struttura dell’offerta, avvengono a livello molto piccolo delle specializzazioni produttive di partenza e si possono notare per essere apprezzati solo a livelli di dettaglio molto elevati della struttura industriale. Un’altra considerazione è quella riguardante lo scenario della concorrenza globale che impone ai diversi sistemi industriali di cercare il loro grado di specializzazione con competenze acquisite che generano rendimenti crescenti, ma nello stesso tempo impone il trasferimento all’estero delle conoscenze attraverso attività nuove.
Si consideri poi che il sistema della specializzazione in Italia si pone come per le altre economie, ma è attenuato da una tendenza di diversificazione relativamente più pronunciata. Se si osservano gli indizi di cambiamento strutturale nell’industria di trasformazione misurati sul valore aggiunto a due date diverse nel tempo si vede che mentre nei principali paesi dell’Europa l’indice di cambiamento strutturale nell’industria di trasformazione misurati sul valore aggiunto aumenta sensibilmente, in Italia invece l’indice aumenta, meno che altrove, perché l’esigenza della specializzazione è attenuata da una tendenza alla diversificazione relativamente più pronunciata.
In Italia a volte la crisi rappresenta un fattore di acceleratore del cambiamento e sotto questo profilo l’identità di impresa familiare (in alcuni casi giunta oltre la terza generazione) va accompagnata da una governance più evoluta e dall’acquisizione al suo interno di competenze manageriali adeguate con compiti anche decisionali a soggetti esterni all’ambito familiare “che progettano il proprio futuro costruendo un personale know how intorno alla velocità di risposta alla domanda”. Il cardine della competitività poggerà sulle competenze e le soluzioni organizzative sviluppate dall’impresa. Per questo è necessario creare alleanze e collaborazioni con altre imprese, le cui competenze necessarie rappresentano il vero asset dell’economia di specializzazione. Quindi si ricercano nuove forme di coordinamento di queste competenze.
Al di là della struttura organizzativa le imprese italiane, in particolare le PMI, hanno bisogno di aumentare la patrimonializzazione per realizzare gli investimenti atti ad accogliere le sfide dei nuovi mercati e delle innovazioni tecnologiche.


LE SFIDE DEI NUOVI MERCATI: SCENARI TECNOLOGICI ED ECONOMICI

Il motore delle innovazioni
Le nuove tecnologie pervasive

I nuovi scenari tecnologici si basano sullo sviluppo delle tecnologie pervasive, etichettate ufficialmente “tecnologie abilitanti o general purpose thecnology”. La caratteristica di queste tecnologie è quella di offrire l’opportunità di crescita economica ed innovazione in quanto possono essere applicate ai diversi settori dell’economia, tenendo presente però che non è sufficiente per lo sviluppo industriale ed economico del nostro Paese diventare solo leader in queste nuove tecnologie pervasive, ma è necessario anche fare innovazione e promuovere nuove applicazioni e specializzazioni basate sull’uso di tali tecnologie. Si apre quindi l’opportunità di creare specializzazioni a partire dalle competenze che già esistono in Italia attraverso la sperimentazione industriale ovvero la creazione di nuove imprese, o progetti di chi ha già competenza per farle.
Cinque nuove tecnologie pervasive sono state individuate dalla Commissione Europea che nei prossimi cinque – dieci anni avranno un impatto notevole sullo sviluppo tecnologico ed industriale. Quindi le tecnologie pervasive sono fondamentali per lo sviluppo economico e secondo la Commissione diviene indispensabile per il nostro Paese e per l’Europa nonché fortemente strategico investire in queste tecnologie abilitanti, per assicurare la prosperità ed il benessere dei cittadini. La Commissione indica le seguenti tecnologie pervasive emergenti in Europa:
1. I materiali avanzati, che comprendono applicazioni riguardanti la sintesi e la caratterizzazione di materiali innovativi, permettono un grande progresso tecnologico in diversi settori quali l’aero spaziale, le costruzioni ed il sanitario. Si possono così ridurre i costi e creare nuovi prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.
2. La nanotecnologia, un ramo della scienza applicata e della tecnologia riguardante il controllo della materia su scala dimensionale inferiore al micrometro (in genere tra 1 e 100 nanometri) e della progettazione e realizzazione di dispositivi in tale scala (un nanometro uguale un miliardesimo di metro). Nanotecnologia è un termine generico che comprende la progettazione, la produzione e l’applicazione di sistemi per il controllo entro le dimensioni del nanometro. La ricerca di base sulle nanotecnologie in Europa riguarda in particolare i nanomateriali, nanofotonica e nanobiotecnologie.
Le PMI Europee che utilizzano i nanomateriali sono per lo più presenti nei settori automobilistico e medico, nel settore sanitario e in quello dell’energia.
Le protesi mediche e sanitarie, la diagnostica molecolare e la somministrazione di farmaci sono i più importanti campi di applicazione. Le applicazione nell’energia sono legate alla conversione di energie e produzione, al risparmio energetico e all’accumulo di energia.
Per quanto attiene al potenziale interesse in altri settori chiave l’aero spaziale o l’automobilistico, la constatata mancanza di competenze ingegneristiche e la frammentazione del mercato possono avere frenato lo sviluppo e la commercializzazione in Europa.
Quindi in molti campi della tecnologia la miniaturizzazione dei componenti dell’apparecchiature è diventata una necessità sempre più stringente con un maggiore interesse verso strutture aventi le dimensioni da uno a cento nanometri ovvero i nanomateriali.
3. La micro e nanoelettronica, un ramo dell’elettronica che si occupa della progettazione e della realizzazione di sistemi elettronici con grado di miniaturizzazione ultraspinto dei componenti. La micro e nanoelettronica includono i componenti a semiconduttore e i sottosistemi elettronici altamente miniaturizzati e la loro integrazione in prodotti e sistemi più grandi. I maggiori mercati per la micro elettronica sono il settore dell’elaborazione elettronica dei dati e quello delle telecomunicazioni. Nei settori automobilistico, medicale, industriale e nei materiali di consumo si stanno rapidamente diffondendo i componenti semiconduttori come ad esempio nell’automotive.
4. La biotecnologia, l’applicazione tecnologica che “si serve di sistemi biologici, degli organismi viventi o di derivati di questi per produrre o modificare prodotti o processi per un fine specifico”. In particolare l’applicazione delle biotecnologie nella trasformazione industriale per la produzione di prodotti chimici, materiali e combustibili costituiscono le biotecnologie industriali.
Le biotecnologie bianche riguardano l’applicazione ai processi industriali e di salvaguardia dell’ambiente e l’intera industria manifatturiera. Si possono riconoscere due macroaree: la chimica fine (biomolecole e biomateriali) e quella di produzione di bioenergia (biocombustibili).
5 “La fotonica è la tecnologia che studia il modo di generare e controllare la propagazione della luce e di altri forme di energia radiante basate sull’unità quantica del fotone.” La fotonica è un dominio multidisciplinare che comprende la generazione, l’individuazione e la manipolazione della luce. L’Unione Europea è fortemente competitiva in molte applicazioni fotoniche come l’illuminazione a stato solido compresi i LED, le celle solari e la produzione di laser. La fotonica è un esempio di tecnologia abilitante: infatti esistono 5.000 imprese di tecnologie fotoniche in Europa per le quali lavorano 246.000 persone.

La nuova sfida della crescita economica: trovare gli usi delle tecnologie

La grande sfida che offrono le tecnologie pervasive è quella di trovare gli usi di queste tecnologie pervasive in quanto se le tecnologie pervasive creano opportunità di innovazione attraverso applicazioni di settori a valle, la sfida è quella di superare la strozzatura proprio a valle creata dalla loro pervasività. Si verificano pertanto idee e tecnologie a monte e strozzatura a valle. Questa strozzatura deriva dalla scarsa capacità di individuare gli usi di queste tecnologie in modo da prevederne i ritorni economici, una capacità non sviluppata con la crescita del potenziale di sviluppo di queste tecnologie; il problema è di conoscere poco le soluzioni vincitrici sul mercato o quali soluzioni giustificheranno economicamente l’investimento nello sviluppo a valle e nella sua commercializzazione. In sintesi possiamo dire che mentre la base scientifica e tecnologica ha potenziato lo sviluppo delle tecnologie pervasive, necessarie per la creazione di idee nel design, nelle attività di laboratorio e nella progettazione, la tecnologia necessaria per selezionare ed individuare le opportunità economiche applicative è rimasta meno avanzata e si fonda sulle capacità di individuare i bisogni, di prevedere la domanda e di interagire con i mercati. Per questo diverse imprese hanno acquisito attraverso i mercati alcune tecnologie sulle quali hanno dovuto investire moltissimo.
Ad esempio Hyperion Catalysis ha sviluppato tecnologie nell’ambito del fullerene (un allotropo di carbone scoperto nel 1985 e considerato tecnologia pervasiva in quanto ha applicazioni generali fondate sulla ricerca di base nelle nanotecnologie), trovando all’inizio molte difficoltà nella ricerca di applicazioni. In seguito, attraverso accordi di licenze ed alleanze con altre imprese del settore automobilistico aerospaziale ed energetico, Hyperion ha commercializzato più di 40 prodotti in questi diversi settori. È importante per l’utilizzo di queste tecnologie pervasive mettere a fuoco la domanda cioè la scoperta e ricerca del valore d’uso attraverso l’analisi di sistemi industriali e tecnologici alle volte insoddisfatti e bisognosi di nuove scoperte. Ad esempio più efficace potrebbe essere le applicazioni delle nanotecnologie nelle vernici con un costo maggiore di quelle esistenti, ma con una superiore proprietà di resistenza e durata.
Il problema su come investire per trovare nuovi usi ed opportunità economiche scaturenti dalle tecnologie pervasive può trovare una soluzione facendo leva sui processi di imprenditorialità di persone più capaci, cioè sulla creazione di imprese di capitale umano in grado di valutare i processi di sperimentazione industriale per gestire sia nuove tecnologie sia processi economici complessi. L’avvio in uno scenario internazionale di un “progetto di sperimentazione industriale su larga scala alla ricerca di nuove specializzazioni” potrebbe essere fonte di gran vantaggio per il nostro Paese basandosi proprio sulle competenze e sui punti di forza già esistenti nel territorio. Tra gli strumenti per l’avvio di questo processo merita particolare attenzione il corporate venturing, ovvero la creazione di nuove imprese da imprese già esistenti, come è avvenuto storicamente per molti nuovi settori dall’industria del mezzo di locomozione alle apparecchiature televisive alla bioetica, alla chimica.
Per lanciare questo tipo di progetto è utile documentare quali settori industriali ed occasioni esistono in Italia.
Pertanto a livello internazionale per la ricerca degli usi delle tecnologie pervasive stanno emergendo tre nuovi strumenti o processi importanti di cui l’Italia deve tener presente:
I) i mercati della tecnologia
II) la corporate venturing e spinoff
III) il ruolo della domanda nel sistema privato e pubblico


I. I mercati della tecnologia. I mercati internazionali delle tecnologie presentano alcune differenti caratteristiche: alcuni mercati sono atomistici con tanti piccoli utilizzatori, altri monopsonistici con pochi grandi utenti; altri sono una combinazione di queste due tipologie.
La generalità delle tecnologie pervasive e la molteplicità di applicazioni e campi con assenza di economia di scopo a valle (ad esempio laser cresciuto nel settore medicale, industriale, intrattenimento e telecomunicazioni) e conseguente eterogeneità dei prodotti portano a difficoltà ad operare per il produttore ed a strategie commerciali diverse tra i vari mercati di singoli utilizzatori e quelli di grandi utenti con richiesta di interazioni dedicate. Il mismatch tra economie di scopo a monte e a valle spinge gli incentivi a licenziare le tecnologie generali, anziché utilizzarle in proprio per diverse applicazioni e trovare nuove alleanze tecnologiche.
È conveniente pertanto a chi già opera ed ha quindi migliore capacità di commercializzazione nei diversi mercati e competenze licenziare le tecnologie attraverso accordi di licenze ed alleanze con altre imprese per trovare nuove applicazioni per la tecnologia e di conseguenza nuovi mercati. L’esempio riportato dagli Autori nello studio Confindustria prevede l’impresa A con tecnologia fotonica compiere accordo di licenza con l’impresa B nel settore delle telecomunicazioni, l’accordo di licenza con l’impresa C nel settore chimico ed alleanza tecnologica con l’impresa D nel settore elettronico. Questo fenomeno si verifica in Italia e nei mercati internazionali delle tecnologie, con un’impennata dagli anni ‘80 delle royalities da licenze globali.

II. Corporate venturing e spinoff. Diverse imprese leader di ricerca e sviluppo producono più tecnologie di quelle impiegate dalle imprese per fini commerciali, perché hanno più competenze e capacità di quelle che usano per le proprie attività. Lo studio PatVal-EU sui brevetti europei mostra che molte tecnologie di queste imprese sono prodotti derivati da progetti finalizzati ad altri obiettivi, una ricaduta della ricerca più ampia di quella all’origine. Di qui l’utilizzo dei sottoprodotti tecnologici al di fuori dell’impresa che li ha creati.
La possibilità di sfruttare questi sottoprodotti è offerta dalla creazione di spinoff, cioè da imprese autonome fondate da dipendenti che lasciano l’azienda genitrice o madre che li incoraggia sotto questo aspetto.
Sette sono i fattori che incoraggiano gli spinoff ed in generale il corporate venturing:
1) Le competenze manageriali
2) Le competenze tecnologiche
Molte sono competenze generali delle imprese madri, che fungono da scuola per la trasmissione di esse e per l’utilizzo delle tecnologie non sfruttate dalle stesse imprese madri.
3) La domanda potenziale dell’impresa genitrice per prodotti o servizi dello spinoff.
La creazione di spinoff è incentivata e sviluppata dall’utilizzo di by – product tecnologici al di fuori dell’impresa che li ha creati.
4) Gli spinoff possono essere uno strumento di razionalizzazione e di rifocalizzazione delle attività delle imprese genitrici. La creazione di spinoff è un modo per attuare questa razionalizzazione senza causare tagli drastici, specie quando l’impresa a monte presenti diverse attività che non rientrano nel suo core business e ci sia interesse ad una sua cessazione.
5) Gli spinoff per la sopravvivenza della nuova azienda hanno bisogno della domanda iniziale che fornisce fatturato e su cui basarsi per assorbire una nuova domanda. Quindi vi è un coordinamento con l’impresa iniziale che favorisce i nuovi prodotti.
6) Un altro fattore di incoraggiamento alla formazione di spinoff è di natura strategica. L’impresa genitrice o madre può servirsi di spinoff “come strumenti di esplorazione e di sperimentazione industriale”, anziché attraverso progetti interni. Con gli spinoff l’impresa può dividere i costi e quindi i benefici con chi crea nuova azienda per concentrarsi su opportunità più interessanti. Come vantaggio primario l’impresa con gli spinoff decentra la responsabilità dei progetti e li colloca al di fuori dell’impresa. La divisione del rischio riduce i costi dell’esplorazione di diverse traiettorie e li condivide con i dipendenti eventuali. Così vi è il vantaggio di ampliare le traiettorie di sperimentazione dividendo un dato budget in più direzioni. 7) Un altro vantaggio è la creazione di incentivi per i dipendenti dell’impresa che gestiscono un progetto autonomo e rispondono economicamente delle proprie scelte manageriali e di gestione. La possibilità di governare i propri esperimenti economici può dare grandi stimoli alla crescita dell’impresa. La domanda di spinoff indica l’interesse ad assumersi un rischio economico, condizione importante se nasce dalla base cioè dai dipendenti stessi, per cui l’impresa ha maggiore interesse a promuovere l’iniziativa del proprio dipendente.
Secondo lo studio di Xerox a cura di Henry Chesborugh sull’uso degli spinoff come strumento di esplorazione industriale si rileva come risultato che le imprese con più autonomia sono avvantaggiate in quanto possono perseguire traiettorie più ampie e libere nella loro esplorazione al di fuori dell’impresa madre, mentre quelle più controllate dall’impresa madre hanno meno spazio di esplorazione, quindi meno opportunità di eventuali ritorni più alti.
Anche le PMI hanno un’opportunità dall’uso degli
spinoff in quanto da piccole-medie imprese con poche risorse e scarse competenze che operano in aree tecnologiche, possono nascere altri spinoff perché nell’esplorare nuove opportunità queste imprese creano occasioni per formare nuove imprese. Un esempio di impresa che crede negli spinoff per identificare nuove applicazioni tecnologiche per il futuro è la Shell che ha creato nel 2004 la Shell Game Changer, un’unità autonoma per promuovere lo sviluppo di idee innovative.

III. Il ruolo della domanda. Per lo sfruttamento delle tecnologie pervasive è utile analizzare le sinergie dal lato della domanda del sistema privato e pubblico. Nuove specializzazioni derivano dall’analisi della domanda che presuppone il monitoraggio dei bisogni degli utenti e la ricerca dell’esigenze dal lato della produzione. La domanda
può diventare uno strumento per creare in sé opportunità di crescita e quindi sinergie. La domanda privata è centrale per l’innovazione, ma la domanda pubblica è altrettanto importante per l’innovazione in quanto funge anche da traino per una domanda innovativa del sistema privato.

L’Italia tra tecnologie pervasive ed innovazioni nei settori industriali

In Italia la possibilità di sfruttare le tecnologie pervasive può essere vista da un lato dalla presenza rilevante di competenze in R & S nelle imprese e dall’altro dalla composizione dei settori produttivi sparsi in tutto il territorio nazionale. Emergono anche progetti specifici realizzati da imprese in collaborazione con il sistema di ricerca pubblico e privato che si sviluppano sulla base delle tecnologie pervasive e sulle applicazioni intrasettoriali con la possibilità di costruire aggregazioni orizzontali e verticali, operando sui due livelli dello sviluppo e dell’applicazione. Esempio la formazione delle Piattaforme Tecnologiche nazionali in collegamento con quelle europee. Importanti Piattaforme italiane sono: la Piattaforma delle costruzioni (PTCI), quella aeronautica (ACARE Italia), quella alimentare (Food for life) e Manufuture.

Obiettivi e strumenti per Ricerca e Innovazione

Gli obiettivi dei programmi di incentivo alla ricerca nei paesi europei sono rivolti: alla crescita degli investimenti in R & S, alla cooperazione tra le grandi imprese e PMI, tra imprese e ricerca pubblica su tematiche di interesse nazionale, al sostegno alle Start up innovative. Gli strumenti automatici e gli strumenti a selezione costituiscono un mix di strumenti per i programmi di incentivo incrementati. Uno strumento chiave per un supporto alla R & I nei Paese dell’OCSE è offerto dagli incentivi fiscali. Da un’indagine di Confindustria tra le imprese che hanno utilizzato nel 2007 il Credito di imposta per l’attività intra muros si è evidenziato che è aumentato più del 70% la quota di investimenti e ricerca rispetto al 2006; mentre le imprese che hanno utilizzato il credito di imposta per le commesse a centri di ricerca pubblici, quasi la metà 46,9%, ha aumentato la quota di investimenti in ricerca rispetto all’anno precedente con un effetto di addizionalità, superando le previsioni . Il credito di imposta in R & S negli ultimi tre anni è volto ad aumentare gli investimenti in R & I delle imprese e a sviluppare la collaborazione con il sistema pubblico di ricerca.

Coordinamento delle politiche nazionali ed europee

Per migliorare la capacità del sistema industriale in Italia e partecipare ai programmi europei per la R & I è indispensabile assicurare un coordinamento tra gli interventi regionali, nazionali e quelli europei. Per questo è stato istituito in Italia da parte di Confindustria il Progetto Sud-Nord che permette di collegare le imprese del Mezzogiorno e del Centro Nord, grandi e piccole, con i centri di competenza ed eccellenza localizzati in tutto il territorio nazionale, per creare progetti di ricerca ed innovazione generatori di valore aggiunto. Per uno sviluppo economico, culturale e sociale, infatti, l’Europa ha sottolineato l’importanza di un’economia della conoscenza per rispondere in modo congiunto alle esigenze delle singole realtà. Col crescere degli interessi da parte dell’imprenditoria italiana dei centri di ricerca verso gli strumenti europei è accresciuta la domanda da parte dell’Italia di partecipazione a bandi europei. Purtroppo il numero delle proposte approvate risultano scarse e quelle approvate per la maggior parte abituali e ciò è dovuto a varie cause:
a) alla partecipazione di molte imprese new users ossia di nuovi utilizzatori con minore esperienza in progetti europei.
b) al consolidamento di gruppi di utenti abituali di programmi europei in grado di partecipare con
successo.
c) alla non rispondenza dei bandi alle esigenze e
competenze del nostro sistema imprenditoriale d) all’affermazione di idee più adatte a progetti
nazionali rispetto ad altri europei.
Per rimuovere queste cause vanno migliorati i servizi a supporto delle imprese e dei centri di ricerca per redigere i progetti. Fondamentale è la riorganizzazione del sistema di Rappresentanze in Europa per portare in sede di unione europea le esigenze del Paese e soddisfare i bisogni e le competenze del sistema Italia.
Sulle competenze già esistenti nel nostro territorio è possibile crescere e costruire nuovo sviluppo, partendo da R & I.
Il “Programma nazionale della Ricerca 2009- 2013” è lo strumento principe per realizzare quanto sopra e vincere le sfide. Un’opportunità concreta promossa dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca in collaborazione con gli altri Ministeri competenti, con le Regioni, con la Comunità scientifica ed economica e per rafforzare il collegamento tra il sistema della Ricerca pubblica ed Imprese, tra le competenze e le necessità del Paese. Prevedere con anticipo per assicurare risorse adeguate e disponibili nel tempo.
È questo quanto si può affermare a conclusione dell’analisi di questo studio ribadendo che le potenzialità di crescita del sistema Italia, racchiuse tra i nuovi mercati ed innovazioni, sono “il faro per guardare oltre la gestione dell’emergenza ed impostare nuove strategie industriali” e per dissolvere la nebbia, calata dalla crisi, dell’incertezza sul futuro dello sviluppo economico e dare più luce alle speranze delle famiglie, delle imprese e della nazione.

Nota:

(1) L’elaborazione di questo studio sulle tecnologie pervasive si deve agli scritti di Alfonso Gambardella ed Elena Novelli (Università Bocconi) e di Nicoletta Amadio e Claudia Cantabene (Confindustria-Ricerca e Innovazione).

 

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