L’Islam e la Finanza Islamica

di Mariella Trucchi dal Numero 2 - Marzo - Aprile 2010
La penisola araba, culla dei popoli semitici, era abitata per la maggior parte, nei secoli che immediatamente precedettero l’islam, da tribù nomadi pagane. Soltanto ai margini, al confine con la Siria e la Mesopotamia, erano sorti dei “regni” feudatari degli imperi Bizantino e Persiano oltre che dal punto di vista politico, anche da quello religioso. Il paganesimo delle tribù arabe preislamiche ci è stato tramandato da fonti arabe e greche (bizantine) ed era un politeismo non molto differente dal politeismo semitico. Alla Mecca particolare prestigio godeva l’adorazione della pietra nera e del dio Hubal insieme a divinità femminili e, tra i riti più significativi che si compivano alla Mecca, vi era la cerimonia del pellegrinaggio Umra al santuario di Hubal di valore panarabico.

1. La nascita dell’Islam: cenni storici, geografici e religiosi

Mecca e Yathrib erano i centri nella parte occidentale della penisola araba abitati da popolazione sedentaria pagana formata da mercanti. Popolazione sedentaria si trovava anche nella fertile Arabia Felix dei classici, lo Yemen, che aveva avuto frequenti scambi mercantili e culturali con la vicina Etiopia cristiana. Influssi cristiani giungevano quindi in Arabia dal sud e dal nord. Se si considera poi che anche colonie ebraiche erano frequenti sia nello Yemen che nelle città dell’Arabia occidentale (a Yathrib, la futura Medina abitava un forte nucleo di ebrei), si avrà un panorama della situazione religiosa dell’Arabia preislamica. Soltanto, data la posizione periferica della desertica penisola araba, l’eco delle grandi religioni monoteistiche vi giungeva alquanto affievolito e deformato.
Il paganesimo preislamico al tempo di Maometto presentava la caratteristica non tanto di una religiosità primitiva o di scarso significato spirituale, quanto di una coscienza nazionale e razziale panaraba che si veniva formando intorno ad alcuni centri religiosi (primo il santuario della Mecca), alla quale non sarebbero bastati più per consolidarsi i riti vuoti di senso divino, di un politeismo rozzo e particolaristico, ma l’esigenza di un monoteismo che si distingueva sia da quello cristiano che da quello giudaico.
Nella Repubblica oligarchica e mercantile della Mecca, che si trova nella via che univa l’Arabia Felix al mondo bizantino, nel 570 dell’era cristiana nasce Mohammed, diretto discendente di Ismaele, figlio primogenito di Abramo. Dall’altro figlio di Abramo, Isacco, in discendenza diretta, secondo una tradizione, sarebbero nati sia Mosè, fondatore dell’ebraismo che Gesù, da cui nasce il cristianesimo. Le tre grandi religioni monoteistiche hanno una comune origine in Abramo e Mohammed, come Mosè e Gesù, sono considerati Profeti. L’Islam è una parola araba che significa sottomissione, “abbandono a Dio” ed è una religione monoteista nata dopo la predicazione di Mohammed, profeta inviato da Dio per riportare gli uomini sulla retta via, nel VII secolo dopo Cristo. L’Islam si differenzia dalla religione ebraica e da quella cristiana per la relazione immediata tra Stato e Chiesa che si trasforma in coincidenza assoluta, in quanto lo Stato è una rappresentazione della religione e la religione è l’essenza dello Stato.
Maometto si considera incaricato di diffondere in Arabia l’unica vera religione monoteistica e le sue rivelazioni sono da una parte l’assoluta trascendenza ed unità di Dio e dall’altra il senso profondo della dipendenza dell’uomo da Dio, che caratterizza il noto fatalismo islamico.
Secondo una tradizione tramandataci, il primo avvenimento importante della vita del Profeta sarebbe stata l’esperienza profetica della visione della grande figura dell’arcangelo Gabriele che avrebbe dettato il testo canonico principe dell’Islam che è il Corano. Le prime rivelazioni sûre sono dette meccane perché rivelate alla Mecca, con un’inimitabile forza stilistica ed oratoria, bellissime nello stile lampeggiante, ricche di rime e assonanze ma di poca brillante resa nella traduzione. Dopo la celebre egira o migrazione a Ayathrib che si chiamerà poi Medina città del Profeta nel 622, dieci anni dopo la prima rivelazione, l’islam diviene da religione perseguitata a religione di Stato, da un impreciso monoteismo scatologico ad istituzione religiosa e politica insieme ed il Profeta Maometto da visionario schernito assume il ruolo di uomo di Stato e di conquistatore.
A Medina l’islam si definisce nel suo significato politico e religioso. Politicamente si delinea l’assoluta predominanza del momento religioso in tutte le branche della vita con un’autonomia della religione di Maometto di fronte alle altre religioni monoteistiche. Muhammad si dichiara restauratore di una fede nel puro monoteismo già predicata da Abramo e falsificata nelle scritture giudaico- cristiane. Se poi si considera che la sede del monoteismo abramitico veniva posta dal Profeta proprio a Mecca dove il culto del santuario della Ka’ba sarebbe stato stabilito da Abramo stesso e solo in seguito sconsacrato dal paganesimo dilagante, si afferrerà certamente quella che fu una delle cause principali della fortuna iniziale dell’Islam in Arabia: la sua profonda arabicità derivata dal sicuro intuito politico del suo fondatore.

2. Genesi politica-culturale dell’economia e della finanza islamica*
* Da uno studio: “Cenni sulla finanza islamica” dell’Avv. Renato Giallombardo – Gianni, Origoni, Grippo e Partners.

Comunemente si fa coincidere la nascita della finanza islamica con l’avvio nel 1963 della Cassa di Risparmio di Mit Ghamar, fondata dall’economista Ahmad al-Najar.
Tuttavia la sua genesi politica, ideologica e culturale va ricercata nell’India britannica degli anni ’40 del secolo scorso. In particolare in quel tempo, alcuni leader, fra i quali il pakistano Abu Al Mawdudi, fondatore del partito politico chiamato “Jama- at-e-Islami”, ritenevano che, ancora più rilevante della creazione del futuro stato del Pakistan, fosse la riconquista di un’identità culturale - antropologica islamica e che a tal fine i musulmani si contraddistinguessero nei comportamenti quotidiani e pertanto la religione musulmana avrebbe dovuto informare tutti gli aspetti della vita quotidiana. La religione non doveva e non poteva essere solo un fatto privato, ma avrebbe dovuto assumere quel carattere pubblico tipico dell’Islam. Vennero così coniati i termini di “politica islamica”, “costituzione islamica”, “finanza islamica”, etc. Per i padri fondatori dell’economia e della finanza islamica, quindi, i testi sacri necessitavano di una reinterpretazione che conduceva ad una necessaria contaminazione del mondo islamico con schemi propri del mondo occidentale e con un adattamento delle vecchie prassi al nuovo contesto sociale e culturale. Per tale motivo, la nascita e lo sviluppo della finanza islamica fu estremamente lenta. Dopo l’ascesa e caduta della Cassa di Risparmio di Mit Ghamar e la nascita nel 1962 della Tabung Haiji in Malesia, oggi la più risalente istituzione islamica esistente, ci vollero oltre dieci anni affinché la finanza islamica conoscesse un vero e proprio sviluppo.
In particolare, nel 1975 per l’iniziativa dei ministri delle finanze di alcuni paesi arabi riuniti presso l’Organization of the Islamic Conference (OIC), venne creata la Islamic Development Bank.
Nel 1979 il Pakistan fu il primo stato ad islamizzare tutto il sistema bancario del paese; nel 1983 seguì l’Iran ed infine nel 1992 il Sudan. Oggi si stima che l’industria dei servizi finanziari islamici, presente in oltre 65 paesi tra i quali i paesi appartenenti alla lega araba, gestisca fondi per oltre un trilione di dollari (ma tale dato può agevolmente essere sottostimato) con tassi di crescita medi che si aggirano tra il 10% ed il 15% all’anno.
La diffusione della finanza islamica è stata strettamente collegata con l’andamento dei prezzi del mercato del petrolio e successivamente è stata condizionata dalla crisi finanziaria nel sud-est asiatico, con un freno allo sviluppo.
Tuttavia gli attentati dell’11 settembre del 2001 e la conseguente congiuntura petrolifera, caratterizzata da prezzi crescenti, hanno rinvigorito il fenomeno. A ciò si aggiunga che molte famiglie medio orientali hanno iniziato il rimpatrio dei propri risparmi detenuti in dollari ed in altre valute straniere per timori di congelamento dirottandoli verso banche e/o istituzioni finanziarie islamiche. Grazie all’evoluzione che la finanza islamica ha avuto sinora, oggi si contano, sparse nel mondo, quasi 350 banche totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico, oltre 250 fondi d’investimento che seguono i principi della Shari’ah ed il mercato dei titoli islamici conta più di cento emittenti corporate o pubblici.

3. La Finanza Islamica

Differenze tra sistema economico capitalistico convenzionale e sistema economico islamico
Il discorso sulla Finanza Islamica parte dalla premessa della differenza tra i sistemi occidentali e quelli dei Paesi islamici e trova il fondamento su modelli sostanzialmente diversi tra loro. Infatti mentre la finanza islamica si basa su principi etico - religiosi, la finanza occidentale è costituzionalmente laica ed affidata al libero mercato. L’Islam inoltre è tra le religioni monoteistiche (giudaismo e cristianesimo) quella che presenta una stretta relazione tra la dimensione teologico- morale e quella normativa sia socio-politica che economica.
Le differenze basilari tra il sistema capitalistico convenzionale ed il sistema economico basato sulla legge islamica risiedono, quindi, nelle forze che regolano il mercato.
Per il sistema capitalistico le forze del libero mercato regolano il profitto e la proprietà privata, e sono regolamentate da leggi laiche create dall’uomo soggette a cambiamenti senza ingerenza o prescrizioni religiose.
Nel sistema economico islamico, invece, il libro sacro, il Corano, è la base di ogni legge senza distinzione tra religione e laicismo ed inoltre gli Editti canonici costituiscono un limite alla libertà personale nello svolgimento delle transazioni di mercato e non possono essere messi in discussione o soggetti a cambiamenti a seguito di legislazioni di tipo democratico. Se la Shari’ah è legge dello Stato, il Corano si applica alla lettera come ad esempio nell’Iran, ma dove il sistema economico non è di tipo esclusivamente religioso, la Shari’ah è una delle fonti principali del diritto dello Stato. In ogni caso le restrizioni e prescrizioni riguardanti le speculazioni finanziarie costituiscono mali e possono essere evitate seguendo i comandamenti dell’autorità divina, e tali proibizioni servono per mantenere l’equità e la giustizia distributiva sociale. Le regole dei testi sacri hanno gli obiettivi macro economici di condurre ad uno sviluppo economico migliorativo della società mediante il raggiungimento di un profitto ragionevole derivante dal lavoro e dall’accettazione della proprietà privata con l’accettazione del concetto di società e di welfare.
Al divieto di speculazioni finanziarie e della tesaurizzazione del contante cioè la detenzione infruttuosa, è legata la zakat, tassa religiosa di tipo patrimoniale imposta alle persone abbienti che si configura come parte del reddito annuale devoluta in opere caritatevoli per aiutare i soggetti in difficoltà e i meno abbienti. La tassa imposta, zakat al-maal, ha una percentuale del 2,5% su tutti i beni liquidi ed immobili eccettuati i beni strumentali al lavoro. Oltre la zakat al-maal vi è anche la zakat al-fitr, per cui ogni musulmano alla fine del Ramadan è tenuto ad evolvere in opere caritative il controvalore monetario di un pasto con beni alimentari di prima necessità nel paese di riferimento.
Il lavoro rappresenta la base dei diritti di proprietà permesso da Dio agli uomini e ognuno deve essere remunerato secondo le proprie capacità e i beni utilizzati per fini benefici. La Shari’ah si basa sui contratti per le necessità degli esseri umani. Il contratto base è quello che lega Dio all’uomo e che gli impone di essere fedele tramite la parola rivelata. Affinché sia valido per la legge islamica un contratto deve:

  • avere il mutuo consenso tra le parti, una disposizione d’animo univoca,
  • le parti devono poter validamente stipulare un contratto con età legale e capacità,
  • il linguaggio deve essere non ambiguo o formulato con formule vaghe, chiaro il prezzo, l’oggetto, etc,
  • l’oggetto del contratto deve essere lecito, non si possono stipulare contratti che hanno come oggetto carne di maiale, alcolici, etc. o che beneficia un soggetto e danneggia un altro. La mancanza di certezza dei dati del contratto rende nullo il contratto. Strettamente legato al contratto è il concetto di fiducia trai i contraenti della società ed è considerato, oltre l’aspetto legale, anche quello fideistico. Anche il concetto di condivisione del rischio e del rendimento di impresa è fondamentale per il contratto.

In particolare il modello di banca islamica si distingue da quello convenzionale, in termini di caratterizzazione dei rischi di business, per maggiore incidenza dei rischi operativi e legali, per la maggiore incidenza dei rischi di impresa rispetto a quelli classici di credito e per la diversa caratterizzazione dei rischi reputazionali.

4. Concetti fondamentali alla base della Finanza Islamica:

a) i divieti di Riba e Gharar

I concetti fondamentali che risiedono alla base della Finanza Islamica sono:

  • il divieto di Riba dove la parola Riba è tradotta letteralmente sia con il termine usura che con la parola interesse.

  • il divieto di Gharar termine che indica incertezza dei contratti. Infatti il Corano insieme all’usura proibisce il contratto ed il guadagno basati sull’incertezza, due stringenti divieti per non incorrere in azioni peccaminose

  • proibizione del maysir ovvero della speculazione

  • proibizione di investire in attività connesse alla produzione e distribuzione di alcool, armi, carni suine, gioco d’azzardo, pornografia e tabacco.

Si parla pertanto di Finanza Islamica come di una proibition driven finance. L’usura o interesse, la riba, comprende sia il lucro usuraio sia l’aumento di capitale dato in mutuo sia l’ingiustificato arricchimento. Pertanto è proibito severamente l’accrescimento di capitale tramite l’applicazione del tasso di interesse.
Economisti e giuristi si pongono il dubbio sulla traduzione in senso moderno del termine riba se va tradotto cioè come interesse o va inteso come usura cioè tasso di interesse eccessivo; comunque l’usura è vista dallo stesso Profeta Muhammad “come pazzia” in antitesi alla fede ed avversa da Dio nel più severi dei modi.
La distinzione tra interessi su prestiti per fini produttivi (permessi)e interessi su prestiti per consumi (proibiti) non era prevista dal Profeta e quindi non accolta dalle principali scuole giuridiche. Anche la dottrina ebraica e quella cristiana hanno affermato la dottrina antifeneratizia, dal sostantivo latino fenor che si fonda sulla proibizione del tasso di interesse e dell’usura. I giuristi islamici basandosi sul Corano approvano i contratti di scambio di tipo reale che non danno origine ad incertezze per i mutamenti dei beni “Dio ha permesso la compravendita ed ha punito l’usura”. Inoltre alcuni osservatori sostengono che il sistema finanziario islamico non riconosce il valore finanziario del tempo, mentre altri giuristi affermano che partecipare all’investimento rappresenta un modo lecito per attribuire un valore monetario al tempo che passa ed influisce sul rendimento dell’investimento.
Il gharar può essere definito come incertezza cioè mancanza di conoscenza di un elemento essenziale di una transazione, relativamente al quantum, alla qualità del bene e al possesso di chi lo detiene, che può con l’incertezza anche rendere nullo il contratto. Poiché creare un contratto “blindato” a volte è impossibile, come nei contratti agricoli i giuristi hanno distinto tra gharar eccessivo che rende nullo il contratto e l’incertezza trascurabile che non cambia il contratto. Nonostante tutto quello che accade è deciso dall’alto da Dio in base agli insegnamenti del Corano, l’istituto dell’assicurazione può essere di aiuto per ridurre il rischio futuro di perdite.

b) La ratio alla base delle proibizioni: il concetto di equità

Molti giuristi ed economisti concordano che alla base delle proibizioni vige l’affermazione del concetto di giustizia sociale o di equità insito nel Corano, che costituisce la ratio principale per ogni forma di transizione.
Inoltre la tutela di entrambi i contraenti di un contratto di debito spiega la proibizione della riba, ossia di un interesse predefinito ex ante, vincolato dal profitto successivo dell’impresa, in quanto secondo la parola del Profeta riportata nelle fonti religiose “il profitto è legato alla partecipazione delle perdite”.
Fanno eccezione alcuni contratti come ad esempio quello di Salam, vendita a termine su un bene non ancora esistente, ma con pagamento a pronti, in quanto i potenziali benefici ottenibili dal finanziamento del credito agricolo, sono maggiori rispetto alle condizioni di illecità contenuti nel contratto. In pratica proprio per evitare ogni forma di incertezza i giuristi pressano gli investitori o i negoziatori a documentare in modo completo i contratti ed a condurre la due diligence prima di concludere una transazione, superando ogni asimmetria informativa o contratti dai pay-off eccessivi.

c) La condivisione del rischio e del rendimento di impresa

Legato alla proibizione del tasso di interesse (Ri- ba) è il concetto di condivisione del rischio e del rendimento di impresa. Si segue questo ragionamento: se l’imprenditore ottiene un finanziamento della banca e l’impresa è in perdita non è giusto che l’imprenditore paghi un interesse prefissato. Se viceversa l’investimento è in attivo non è giusto che la banca o altro finanziatore riceva solo una piccola quota, anche se a priori. Pertanto la condivisione del rischio di impresa è alla base del Profit under Loss Sharing (PLS) investimento sia legato al profitto che alle perdite nonché alla proibizione del tasso di interesse. Si passa quindi dal concetto di creditore-debitore a quello di azionista che partecipa alla vita dell’impresa e ne condivide utili e perdite.

A differenza della banca convenzionale la banca islamica non concede prestiti, ma investe nelle forme di contratti di scambio (murabhah) e di partecipazione (mudarabah) e musharakah.

Gli impieghi pertanto si distinguono a secondo del grado di partecipazione al rischio in due forme: 1) Profit – Loss – Sharing (PLS); si tratta di modalità di finanziamento che possono strutturarsi in maniera differente, tutte accomunate dal fatto che la banca o la società finanziaria ed il prenditore di fondi condividono il rischio di investimento.

2) non Profit – Loss – Sharing (non PLS) forme di finanziamento che presentano un rendimento predeterminato e sono associate a forme di garanzia, come ad esempio la proprietà del bene sottostante; si tratta di contratti che, pur non condividendo il principio della condivisione del rischio, sono considerati aderenti ai principi islamici, perché il ritorno dell’investimento è legato alla prestazione di un servizio e non alla dimensione temporale dell’investimento stesso. Quindi le strutture contrattuali PLS e non PLS sono assimilabili, con le dovute differenze, a strutture societarie o negozi giuridici noti all’esperienza occidentali.


5. I contratti Shari’ah compliant

Per non incorrere in fraintendimenti nella struttura dei contratti islamici confondendo la Finanza Islamica con il sistema convenzionale basato sugli interessi ed i prodotti della Shari’ah compliant con quelli vigenti sui mercati interni, è necessario tener presente l’insieme dei principi e regole religiose, legali e giuridiche ai quali non si deve contravvenire. Infatti per il diritto musulmano il fedele musulmano è vincolato dal concetto fondamentale dell’intenzione (niyya in arabo l’animus del diritto romano fondato mentalmente o espressamente) di non contravvenire agli editti coranici. Di conseguenza affinché un intermediario finanziario possa inserire nel proprio portafoglio prodotti dei contratti Shari’ah compliant questi si deve avvalere di un dottore della legge coranica poiché soltanto questi studiosi possono certificare la legittimità dei contratti e la conformità a regole e canoni non derogabili per la stipulazione dei contratti. Tra i principali contratti riportiamo: Musharakah parola araba che significa condivisione e si indica una società nella quale i partner condividono il rischio e gli eventuali utili generati dal progetto intrapreso in società. Ogni socio contribuisce alla società con il chiaro accordo di condividere sia gli utili sia le perdite e Musharabah società in cui il partner o gruppo di capitalisti fornisce capitali in un socio che investe in una società commerciale. Pur non essendo possibile una corrispondenza univoca esaustiva tra il contratto islamico e la sua possibile utilizzazione nel contratto occidentale, data la complessità e l’evoluzione delle forme societarie presenti nei mercati internazionali, si riporta lo schema (fonte Miglietta 2006 vedi tabella pagina 12) dei prodotti Shari’ah compliant, sottolineando che gli schemi contrattuali islamici possono essere utilizzati in modo congiunto secondo le regole dei vari contratti e che un intermediario finanziario deve avvalersi di un dottore della legge coranica per poter inserire nel proprio portafoglio prodotti di Shari’ah compliant. È soltanto da questi studiosi e dottori della legge coranica che può essere certificata la liceità dei contratti e la stipulazione deve avvenire secondo regole e canoni non derogabili.

6. Integrazione dei principi della finanza islamica nel mondo occidentale

La molteplicità dei rischi finanziari (risk management), collegati ai modelli contrattuali islamici negli aspetti operativi e legali porta ad una necessità di una regolamentazione prudenziale anche specifica per le banche islamiche. L’integrazione del mondo della finanza islamica con quella occidentale ha presentato e presenta non pochi problemi per il ruolo di nicchia svolto finora dalle banche islamiche che sono state sottoposte ad un regime regolamentale di vigilanza diverso, più o meno vincolante rispetto ai loro competitors convenzionali, eccetto in Malesia dove già da tempo viene adottato un sistema di vigilanza simile per i due sistemi. Ciò si è riflesso in un livello di disclosure a volte non adeguato da un punto di vista meramente contabile in quanto spesso i principi contabili internazionali non riescono a cogliere le specificità operative del modello islamico e tutto ciò ha portato a forti rallentamenti nella diffusione del sistema finanziario islamico. Inoltre le regole emanate dagli Sharia’h Boards non sono sempre omogenee tra loro esistendo varie scuole di pensiero con riflessi anche in termine di standardizzazione dei prodotti offerti. Al fine di colmare questi gap sono state avviate numerose iniziative che hanno portato, sotto l’impulso di diversi paesi ed istituzioni islamiche, alla costituzione di diversi organismi multilaterali aventi sede in paesi come Baharian e Malesia, che godono di trasparenza della normativa bancaria. Tra le principali iniziative ricordiamo:

  • AAOIFI (Accounting & Auditing Organization for Islamic Institutions) che ha come obiettivo principale lo sviluppo ed il monitoraggio di una struttura di regole contabili e di governance compatibili con l’operatività di islamic banking. Importante compito dell’ AAOIFI è anche la creazione di un benchmark di riferimento per tutti gli Shari’ah Boards;
  • IFSB (Islamic Financial Services Boards) che ha sostanzialmente gli stessi obiettivi del Comitato di Basilea per il sistema bancario convenzionale;
  • LMC (Liquidity Managment Centre) che ha il compito di promuovere la creazione di un mercato interbancario money market, dove gli operatori islamici possano investire la liquidità in surplus;
  • IIFM (International Islamic Financial Markets) che ha come scopo la creazione e la standardizzazione di strumenti finanziari negoziabili e trasferibili (quali ad esempio i sukuk) e la promozione del relativo mercato secondario.

Poiché le banche islamiche sono rimaste escluse dalla consultazione su cui le regole di Basilea 2 sono state costruite, data la loro crescente diffusione nei sistemi occidentali, ha un’importanza strategica il problema dell’applicabilità delle regole di Basilea alle banche islamiche e quindi la creazione di una nuova regola menzione per conciliare un approccio e confrontarsi con un modello di intermediazione atto a garantire, attraverso standard regolamentari uniformi, condizione di leveled playing field (Montanaro, 2006).

Ciò è importante per la crescente integrazione della finanza islamica con quella convenzionale e ciò vale anche per le banche islamiche a vocazione internazionale che, per l’adeguamento della nuova normativa, devono conciliare la propria specificità con la regolamentazione prudenziale. Tra gli strumenti di investimento di maggiore interesse in quanto affini a strutture già presenti nei nostri ordinamenti vi sono i fondi comuni islamici nella forma di mudarabah, l’istisna e i sukuk.

I fondi comuni islamici hanno come caratteristica quella di investire in aziende che svolgono attività consentite dal Corano e che non forniscono servizi finanziari convenzionali. Tale forma di investimento nasce per investitore istituzionali (istituzioni governative, fondi sovrani, etc.) o professionali per consentire una limitata forma di investimento in imprese presenti nel mondo occidentale. Tali fondi soggiacciono a regole e vincoli in relazione all’oggetto di investimento e di ritorno di esso. Al fine di facilitare l’investimento in titoli, i fondi si dotano degli Sharia’h Boards costituiti da autorevoli giuristi che hanno il compito di verificare la conformità dell’investimento con i dettami del Corano. I fondi comuni islamici prendono usualmente la forma del contratto mudarabah.

7. L’islamic banking nel contesto italiano

In generale non vi sono ostacoli al rilascio di un’autorizzazione all’esercizio di attività di una banca che stabilisca nel proprio Statuto di svolgere l’attività bancaria secondo le norme islamiche, ma l’autorità di vigilanza deve esaminare, prima di esprimere la sua valutazione, le caratteristiche di ciascuna iniziativa riguardante l’oggetto sociale della banca islamica. (Donato, Ferri 2006).

In potenza queste caratteristiche potrebbero non essere compatibili con il Testo Unico Bancario il quale all’art. 14 prevede l’autorizzazione convenzionale incentrata sulla funzione di raccolta dei depositi ed erogazione del credito.

In atto, invece, cioè nella realtà operativa in Italia, numerosi intermediari sono autorizzati come banche senza svolgere contestualmente le due funzioni bancarie tipiche, ma solo ad esempio di specializzazione in prestazioni di servizi d’investimento, poiché la banca non è un soggetto che svolge solo l’attività bancaria, ma un intermediario autorizzato a svolgere anche altre attività finanziarie, purché non siano riservate per legge ad altre categorie di intermediari (ad esempio le attività assicurative).

Pertanto le specifiche caratteristiche operative delle banche islamiche sono compatibili con il sistema finanziario italiano (Prof. Claudio Porzio). Per quanto riguarda poi la questione delle motivazioni religiose che sono alla base del rapporto tra banca ed operatori economici islamici, l’esperienza nel nostro Paese della Banca Popolare Etica e l’offerta dei prodotti di risparmio etico, dimostrano la legittimità ed il riconoscimento di motivazioni differenti per le scelte finanziarie così che di fatto la normativa non può essere applicata in modo differenziato. Dibattuto è stato inoltre il contratto di “associazione in partecipazione”, disciplinato dall’art. 2549 del c.c. in quanto assimilabile allo schema operativo di talune operazioni di finanziamento islamico, che potrebbe comportare due problemi legati al rapporto tra banca e soggetti non finanziari:

  1. ingerenza nella gestione della banca di soggetti non autorizzati o bancari
  2. rischio di posizione di influenza dominante a favore di terzi associati attraverso la trasmissione di utili o perdite.
Con riferimento al primo aspetto la Banca d’Italia non attribuisce agli associati alcun potere decisionale o di gestione in quanto ritiene che l’associazione in partecipazione non configura una gestione in comune dell’attività oggetto, ma comporta unicamente la suddivisione degli utili e delle perdite in cambio di un apporto valutabile economicamente, salvo clausole contrattuali che condizionano le scelte gestionali della banca.
Per il secondo aspetto il timore delle autorità di vigilanza riguarda il fatto che i vincoli contrattuali possano determinare una posizione d’influenza dominante a favore di associati non finanziari con violazione del principio di separatezza.
Gli accordi di associazione in partecipazione comunque devono essere sottoposti preventivamente all’autorità di vigilanza. Le nuove disposizioni del codice civile in materia di diritto societario hanno agevolato la costruzione di contratti Shari’ah compliant ampliando la gamma degli strumenti per il finanziamento dell’impresa e disciplinando i patrimoni per affari con apporto ai terzi. Il totale degli investimenti in partecipazione economica deve essere contenuto entro il patrimonio di vigilanza. Tuttavia per consentire lo svolgimento in Italia di un’attività bancaria islamica, superando il divieto di interesse e la compart islamica che contrasta con i principi generali di separatezza e la tra banca ed impresa, e di tutela dei risparmiatori depositanti, il Testo Unico Bancario dovrebbe essere modificato ed adattato di conseguenza. Le norme a tutela degli investitori impongono anche ad una banca islamica l’adesione al Fondo Interbancario di Tutela di Depositi per l’ottenimento dell’autorizzazione. Inoltre anche per le banche islamiche in Italia non si può ipotizzare l’applicazione di standard prudenziali diversi, inferiori a quelli richiesti. I rischi tipici dell’intermediazione finanziaria comp0ortano la necessità di applicare diverse forme di vigilanza prudenziale sui intermediari ed attività per una regolare gestione ed evitare i riflessi sistemici di determinate crisi. Inoltre la Banca islamica dovrà definire il ruolo e la responsabilita dello Shari’ah Supervisory Board, che non avendo potere esecutivo non possono interferire nella gestione della banca né decidere per conto del management, ma solo verificare la conformità dell’operatività a leggi o regolamenti islamici e l’ammissibilità della transazione, salva la natura delle relazioni dei Consigli con la banca che può assumere varie forme con membri nominati dall’Assemblea degli azionisti, membri selezionati dal Consiglio di Amministrazione approvati da un organismo generale l’esistenza di tali Consigli della banca islamica non dovrebbe interferire nei compiti dei funzionari di controllo interni ed audit.

8. Prospettive di sviluppo della finanza islamica in Italia

La diffusione della finanza islamica ed il rispetto dei divieti imposti dalla religione musulmana dal punto di vista teorico porterebbero ad una diminuzione dell’attività di intermediazione delle banche islamiche, quindi ad una ridefinizione del paradigma di intermediazione, nel senso di intendere la banca prima come partner di impresa o consulente di affari e secondariamente come finanziatore. Dal punto di vista operativo, invece cioè nei fatti, la banca si comporta come una banca convenzionale in termini di costi per le imprese e di rendimenti per i depositanti adottando però un diverso modus operandi per competere nei contesti internazionali e locali con le banche occidentali. Di conseguenza è “salva” nell’operatività la teoria dell’intermediazione e si aprono prospettive di crescita in Italia tenendo presente da una parte i soggetti che possono costruire un’offerta dedicata alla clientela islamica e dall’altra i fattori che possono coordinare lo sviluppo dell’offerta stessa. In Italia ben 1,3 milioni di individui a fine 2007 sono, secondo i dati della Caritas-Migrantes 2008, il 2% della popolazione italiana, ma non esiste un’offerta di servizi o strumenti finanziari per la comunità islamica presente in Italia.

La nascita della prima banca islamica italiana era prevista entro il 2008 tra ABI (Associazione bancaria italiana) e UBA (Unione banche arabe), ma la crisi finanziaria ha rallentato gli sviluppi non l’accordo che ora vuole superare i limiti della legislazione fiscali e finanziaria come avvenne in UK ove l’Istitute of Islamic Bank of Britain fu attivata con ravvedimenti solo fiscali, tenendo sempre presente il grado di coerenza con la religione islamica Shari’ah compliance, che costituisce una variabile dipendente a seconda di progetti da banca concepiti in ottica islamica o nati da un soggetto economico occidentale.
Accanto alle banche islamiche italiane che presentano prospettive di sviluppo della finanza islamica in Italia, si possono considerare le islamiche windows di banche italiane. L’apertura di una finestra sul mondo islamico può essere un’opportunità di crescita per quelle banche che vogliono diventare dapprima distributore di prodotti conformi al Corano ed in secondo luogo confezionatori di prodotti di questo tipo. Le iniziative dedicate alla finanza islamica possono essere svolte anche da banche che hanno avviato iniziative di social banking o di welcome banking per una tendenza internazionale. In questo contesto si possono considerare anche le islamic windows di banche estere. Infatti esistono banche di grandi dimensioni con vocazioni internazionali come le inglesi HSBC e l’OIZ TSB che hanno offerto servizi full islamic estendendo i servizi bancari di base per l’esigenze della clientela di origine islamica. Considerando poi le banche islamiche europee sulla base della normativa comunitaria, esse sono libere di offrire i propri servizi alla clientela di qualunque paese dell’Unione Europea, in virtù dell’investitura ottenuta dall’autorità di controllo del paese di origine. In Inghilterra, considerata per la sua veste di portale della finanza islamica come punto di riferimento nello sviluppo futuro della finanza islamica in Italia, le banche islamiche hanno ottenuto licenza sulla base di determinati requisiti verificati dall’FSA. Altri soggetti potrebbero essere interessati al processo di costruzione di esperienze islamiche in Italia, a parere di alcuni studiosi (M.G. Starita). quindi oltre l’accordo ABI-UBA vi sono anche altre banche italiane banca UBAE e Unicredit, Banca Etica, Banca Sella sono vicine ad un’offerta di prodotti islamici. Per le banche islamiche europee si fa riferimento all’Islamic Bank of Britain, all’European Islamic e ad altre banche autorizzate in UK per il segmento retail e wholesl. Un’altra banca inglese molto attiva in campo internazionale la prima ad aver compreso le potenzialità della finanza islamica è la HSBC con la controllata HSBC AMANAH. Questi i soggetti che potrebbero essere interessati a definire un’offerta islamica in Italia. Considerando ora i fattori per il decollo della finanza islamica in Italia si può dire che questo dipende sotto il profilo sistematico dai seguenti fattori:

  1. di carattere regolamentare
  2. di carattere fiscale

A valle di condizionamento e di opportunità economica primo fattore la compatibilità intrinseca dei contratti islamici con il diritto italiano

  1. l’accounting
  2. la comunicazione
  3. la distribuzione
  4. la formazione del personale

Le maggiori opportunità per le banche islamiche italiane sono legate alla vicinanza geografica con i Medio Oriente ed il Nord Africa. L’Italia è considerata ponte tra l’Europa e le sponde sud del Mediterraneo. Per le buone ragioni di scambio ed i buoni rapporti commerciali che legano l’Italia ai paesi di religione islamica, si può analizzare utilmente l’attività di Banca UBAE Unione delle Banche Arabe ed Europee, che funge da collegamento tra i paesi di Nord Africa e l’Europa. Banca UBAE ha sviluppato competenze uniche nel suo genere per l’assistenza verso traffici con i paesi del mondo arabo ed i commercio internazionale, una competenza nel cosiddetto traide finance ossia assistenza finanziaria finalizzata all’acquisto di materie prime o alla liquidazione anticipata dei crediti connessi con il mercato estero. Il capitale relazionale di Banca UBAE costituisce una buona base di partenza per la costituzione della prima Banca islamica in Italia. Le opportunità per le islamic windows delle banche italiane si possono così riassumere: i bisogni delle comunità islamiche presenti in Italia che alla prima generazione si riferiscono a bisogni finanziari legati alle rimesse, al risparmio e a qualche investimento. Le seconde generazioni avranno un affinamento delle esigenze finanziarie in quanto avvieranno attività imprenditoriali che richiederanno servizi su misura. In alcune regioni del nord ciò sta già avvenendo. Si dovranno offrire servizi bancari di base per attirare l’interesse dell’emigrato. Quindi iniziative volte a favorire l’integrazione finanziaria delle comunità di immigrati in Italia. Un’opportunità particolare per le banche islamiche europee è

quella di guardare sfruttare il successo riscosso dalla finanza islamica in Gran Bretagna. L’Islamic Bank of Britain l’unica delle cinque autorizzate specializzata nel retail ha 8 filiali e rappresenta un bench mark per le altre esperienze di islamic banking.

Fonti:
- “Banca Finanza Islamica”, a cura di Claudio Porzio (Saggio di C. Porzio, F. Miglietta, M.G. Starita)
- “Cenni sulla Finanza Islamica”, avv. Renato Giallombardo - Gianni, Origoni, Grippo & Partners

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