Il sistema dei controlli di vigilanza sugli intermediari bancari

di Antonio Pezzuto dal Numero 3-4 - Maggio - Agosto 2011
Le autorità di vigilanza nell’ordinamento finanziario italiano

La legge bancaria del 1936 aveva delineato un assetto istituzionale che, salvo qualche aggiustamento operato negli anni 1944-1947, era rimasto sostanzialmente stabile per decenni. Successivamente, tra gli anni Sessanta e Novanta, il numero delle autorità si era via via ampliato con la nascita di nuovi soggetti regolatori1.
L’apparato dei controlli sul sistema finanziario italiano è oggi disciplinato da un ampio e artico lato quadro normativo e regolamentare, costituito essenzialmente dal Testo unico bancario (TUB), dal Testo unico della finanza (TUF) e dalla legge sulla tutela del risparmio (n. 262/2005), che ha inciso in profondità sull’assetto e sui poteri delle autorità di vigilanza2.
La regolamentazione del mercato finanziario italiano si basa su un modello “ibrido”, “in quanto riunisce autorità operanti per finalità e autorità operanti per soggetti”3. L’attività di vigilanza è ripartita tra diverse autorità amministrative indipendenti: l’Isvap (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo)4, la Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione)5, l’Antitust (Autorità garante della concorrenza e del mercato)6, la Consob (Commissione Nazionale per le società e le borse)7 e la Banca d’Italia. Gli organi di vigilanza realizzano un controllo tecnico, nel senso che danno attuazione ai principi istituiti dalla normativa primaria e “con i loro provvedimenti influenzano e indirizzano le scelte dei soggetti vigilati”8. La Banca d’Italia, quale Autorità di vigilanza, svolge le funzioni dirette al mantenimento della stabilità finanziaria in base ai poteri e alle responsabilità di controllo sui singoli intermediari e sul sistema finanziario complessivo che le derivano dall’ordinamento nazionale. Essa vigila sulle banche, sui gruppi bancari, sugli intermediari finanziari, sugli istituti di moneta elettronica (IMEL)9 e su quelli di pagamento10 (art. 5, comma 2 , del TUB), perseguendo i fini della stabilità, efficienza e competitività del sistema finanziario nel suo complesso, della sana e prudente gestione degli intermediari, nonché dell’osservanza delle disposizioni in materia creditizia e finanziaria (art. 5, comma 1, del TUB). Il TUF conferisce alla Banca d’Italia poteri di vigilanza nei confronti degli intermediari che operano nel settore dei servizi di investimento e della gestione collettiva del risparmio (banche, società di gestione del risparmio, società di investimento a capitale variabile, società di intermediazione mobiliare) nella salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario, nella tutela degli investitori, nella stabilità, nel buon funzionamento e nella competitività dell’intero sistema finanziario, nonché nell’osservanza delle disposizioni in materia creditizia e finanziaria. I profili sui quali la Banca concentra l’attenzione sono quelli del contenimento del rischio, della stabilità patrimoniale e della sana e prudente gestione degli intermediari.
La riforma della disciplina sull’intermediazione finanziaria realizzata con il d.lgs. 141/2010 attuativo della direttiva n. 48/2008, che modifica la normativa sul credito al consumo ha razionalizzato e semplificato l’assetto dei controlli sugli intermediari finanziari di cui al Titolo V del TUB. Con la previsione di un unico albo viene superato il doppio regime di intermediari sottoposti a vigilanza prudenziale e intermediari per i quali sono contemplati controlli più blandi. In particolare, tutti gli operatori che erogano credito sono assoggettati a controlli di vigilanza al momento dell’iscrizione all’albo, nella fase di svolgimento dell’operatività e in caso di crisi. Le attività di alcuni intermediari (cambiavalute, società di cartolarizzazione e soggetti non operanti nei confronti del pubblico) vengono liberalizzate e i relativi elenchi abrogati; per altri (microcredito, confidi minori, agenti in attività finanziaria e mediatori creditizi) la vigilanza è affidata a organismi autonomi sottoposti al controllo della Banca d’Italia che dovrà verificare l’adeguatezza delle procedure da questi adottate per lo svolgimento della propria attività11.
Attraverso l’Unità di informazione finanziaria (UIF), istituita il 1° gennaio 2008 ai sensi del d.lgs. 231/2007, la Banca d’Italia esercita poteri regolamentari, di controllo e sanzionatori nei confronti dei soggetti vigilati in materia di contrasto del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo.
L’UIF è incaricata di raccogliere le segnalazioni di operazioni sospette, di analizzarle e di comunicarle alle autorità competenti.
Alla Banca d’Italia spetta inoltre promuovere la trasparenza delle operazioni e dei servizi finanziari e la correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti. In seguito all’emanazione del decreto 141/2010, la trasparenza delle condizioni e la correttezza dei rapporti con la clientela bancaria sono ora esplicite finalità che l’Istituto deve perseguire nell’esercizio dei poteri di cui al Titolo VI del TUB. Da ultimo, la legge attribuisce alla Banca la funzione di vigilanza sul regolare ed efficiente funzionamento dei mercati e quella di sorveglianza sui sistemi di pagamento e sui sistemi di post-trading (compensazione, garanzia, regolamento e gestione accentrata) degli strumenti finanziari; ciò allo scopo di favorire l’efficacia della politica monetaria, contribuire alla stabilità del sistema finanziario e assicurare la fiducia del pubblico nella moneta e negli strumenti a essa alternativi. Nelle pagine successive si focalizzerà l’attenzione sugli strumenti di vigilanza del settore bancario. Non saranno quindi oggetto di analisi gli strumenti di vigilanza del settore finanziario, la supervisione sui mercati più rilevanti ai fini della politica monetaria (mercati all’ingrosso dei titoli di Stato e il mercato interbancario) e sul sistema dei pagamenti, i controlli di trasparenza e la normativa sull’antiriciclaggio.

La vigilanza sugli intermediari bancari

Il periodo dal 1936 ai primi anni Settanta si è caratterizzato per una sostanziale stabilità del sistema bancario italiano e per una pressoché totale staticità del quadro normativo di riferimento12. Il sistema dei controlli di vigilanza applicato in questo lungo lasso di tempo è stato quello di tipo strutturale, incentrato su interventi diretti a modellare direttamente la struttura e l’operatività degli intermediari vigilati in funzione degli obiettivi generali della politica creditizia; interventi concretizzatisi nell’esercizio di poteri autorizzativi ampi e discrezionali “che hanno avuto lo scopo di stimolare, negli organismi vigilati, gli assetti operativi e patrimoniali ritenuti più coerenti con gli obiettivi sopraindicati”.13
Alla fine degli anni Settanta, all’obiettivo della stabilità si associa gradualmente quello della concorrenza-efficienza. In questo periodo, si fa strada la consapevolezza che un’eccessiva enfasi sull’obiettivo della stabilità può comportare un abbassamento del livello di concorrenzialità dell’industria bancaria e quindi indesiderate perdite di efficienza, e che la prolungata applicazione di severi controlli all’entrata aveva attenuato gli stimoli concorrenziali.
L’accento posto sull’obiettivo di concorrenza ha condotto al pressoché totale smantellamento dei controlli strutturali in favore di strumenti non discrezionali di controllo dei rischi bancari. La scelta del nuovo modello di supervisione bancaria, anche se principalmente orientata ad accrescere la capacità concorrenziale degli intermediari, non ha trascurato la salvaguardia dei principi posti a fondamento della stabilità14. In tale direzione si muove la decisione di introdurre i coefficienti patrimoniali minimi obbligatori, che correlano l’ammontare dei rischi a cui una banca è esposta alla dimensione del proprio patrimonio. L’introduzione dei coefficienti patrimoniali suggella il passaggio da una vigilanza di tipo strutturale, imperniata sullo strumento delle autorizzazioni e sull’imposizione di vincoli operativi, a una vigilanza di tipo prudenziale, basata sul rispetto di regole generali di comportamento, in linea di principio non derogabili, che costituiscono la cornice entro la quale ogni intermediario può operare in piena autonomia.
La vigilanza sul sistema bancario si sostanzia oggi nell’emanazione di regole prudenziali e standard di affidabilità e correttezza delle gestioni, in linea con le disposizioni comunitarie e con le indicazioni elaborate in altre sedi internazionali, nell’esercizio di poteri autorizzativi concernenti i momenti fondamentali della vita delle banche (costituzione, fusioni, ecc.), nella verifica della qualità delle gestioni, negli interventi sulle situazioni aziendali per impedire il deteriorarsi dei profili tecnici, nella gestione delle crisi in caso di situazioni di patologia conclamata, nell’interazione con gli esponenti aziendali e più in generale con i destinatari delle norme attraverso il ricorso alla consultazione pubblica e a forme di dialogo prima della definizione degli atti normativi.
Ai sensi dell’art. 4, comma 2, del TUB, la Banca d’Italia determina e rende pubblici previamente i principi e i criteri dell’attività di vigilanza, delineando in tal modo le modalità fondamentali del rapporto fra Organo di vigilanza e soggetti vigilati. In ossequio a tale norma e all’art. 19 della legge 262/2005, la Banca d’Italia pubblica annualmente la Relazione al Parlamento e al Governo nella quale espone i criteri seguiti nell’attività di controllo e gli interventi effettuati.
Il TUB prevede tre forme di vigilanza sulle banche e sui gruppi bancari: informativa, regolamentare e ispettiva.

La vigilanza informativa

I poteri in materia di vigilanza informativa sono disciplinati dall’art. 51, in base al quale le banche sono tenute a inviare alla Banca d’Italia, con le modalità e nei termini da essa stabiliti, le segnalazioni statistiche, ogni altro dato o documento richiesto e i bilanci annuali; dall’art. 52 secondo cui il collegio sindacale e i soggetti incaricati della revisione legale dei conti devono informare l’Organo di vigilanza di tutti gli atti e i fatti di cui sono venuti a conoscenza nell’esercizio dei propri compiti, che possono costituire un’irregolarità o una violazione delle norme disciplinanti l’attività bancaria; dall’art. 66 concernente la raccolta e l’invio di informazioni alla Banca d’Italia da parte dei soggetti inclusi nell’ambito della vigilanza consolidata. L’insieme delle informazioni periodicamente fornite dagli intermediari che comporta per gli stessi soggetti vigilati un dispendio di risorse umane e finanziarie per l’ampiezza dell’informazione richiesta e per i frequenti adeguamenti degli schemi segnaletici alle esigenze informative della Vigilanza costituisce la base per analizzare e tenere sotto osservazione lo stato di salute degli intermediari, con l’intento di prevenire, grazie alla tempestiva individuazione di profili di problematicità, possibili fenomeni di crisi e di instabilità diffusa.
I sistemi informativi alimentati dalle segnalazioni statistiche di vigilanza sono finalizzati a fornire all’Istituto una rappresentazione dell’intermediario che consenta, sia di apprezzarne la situazione patrimoniale ed economica nonché i rischi che ne caratterizzano la gestione, sia di analizzare le operazioni poste in essere per tipologia, durata, settore economico e localizzazione geografica delle controparti15.
L’attività di controllo sugli intermediari si fonda sulla raccolta ed elaborazione di una rilevante quantità di dati e notizie acquisiti tramite segnalazioni statistiche periodiche e attraverso molteplici fonti di natura prevalentemente amministrativa. Alcune delle informazioni che pervengono all’Istituto sono di tipo quantitativo, altre sono di tipo qualitativo.

4.1 Le informazioni di tipo quantitativo

La matrice dei conti è il principale strumento di acquisizione di dati statistico-contabili sulla situazione delle banche. La sua base informativa consente di effettuare analisi sistematiche sui profili tecnici aziendali (patrimoniale, reddituale, di rischiosità e di liquidità) e di verificare il rispetto degli istituti di vigilanza prudenziale. Completamente riformata alla fine del 2008 secondo criteri di razionalizzazione del patrimonio informativo, di riduzione dell’onere segnaletico in capo agli intermediari e di adeguamento ai framework di riferimento in ambito comunitario (IAS/IFRS, Basilea 2, ecc.), la matrice dei conti è composta da quattro sezioni informative: dati statistici mensili, altri dati statistici (tipicamente a periodicità trimestrale), dati di bilancio (a periodicità semestrale) e patrimonio di vigilanza e coefficienti prudenziali (a periodicità trimestrale). La Sezione I contiene: dati di stato patrimoniale disaggregati in funzione di diverse variabili di classificazione (valuta di denominazione, provincia/stato di residenza della controparte, settore e ramo di attività economica della clientela, ecc.); dati di tipo integrativo attinenti a diversi profili di analisi (in particolare le informazioni riferite ai rapporti intercreditizi nominativi, ai tassi di interesse applicati alle operazioni di raccolta e di impiego, ecc.). La Sezione II si riferisce in alcune parti all’intera azienda e in altre alle sole unità operanti in Italia. Essa prevede dati patrimoniali integrativi rispetto a quanto segnalato nella Sezione I, dati sui servizi di investimento, dati sui servizi di pagamento, altri dati (ad esempio canali distributivi, costi e ricavi connessi con transazioni non finanziarie internazionali, ecc.), dati sull’andamento di conto economico, dati di stato patrimoniale, riferiti alle sole unità operanti all’estero. La Sezione III contiene le informazioni di bilancio (stato patrimoniale, conto economico e dati integrativi). La Sezione IV accoglie le segnalazioni sul patrimonio di vigilanza e sui coefficienti prudenziali (patrimonio di vigilanza, rischio di credito e di controparte, grandi rischi, rischi di mercato, rischi operativi e posizione patrimoniale).
Un’ulteriore fonte informativa di natura statisticocontabile è rappresentata dalle segnalazioni alla Centrale dei rischi, le quali forniscono indicazioni sull’ammontare del credito erogato alla clientela dalle banche e dalle società finanziarie. Gli intermediari possono così conoscere in ogni istante il livello d’indebitamento verso il sistema creditizio di ciascun cliente segnalato e quindi cautelarsi contro i rischi derivanti dalla concessione di fidi multipli.
Il servizio di centralizzazione dei rischi creditizi è disciplinato dalla delibera CICR del 29.3.1994 e dalla Circolare della Banca d’Italia n. 139 dell’11.2.1991 e successivi aggiornamenti.
La disponibilità di adeguate informazioni sulla clientela affidata consente:
  • alla clientela “meritevole” un più agevole accesso al credito;
  • ai singoli intermediari un più efficiente impiego delle risorse e un miglioramento della qualità del portafoglio crediti;
  • al sistema creditizio un innalzamento dei livelli di concorrenza, efficienza e stabilità.
Gli intermediari sono tenuti a segnalare mensilmente alla Banca d’Italia i rapporti di credito e/o garanzia con la propria clientela. Oggetto di segnalazione è l’intera posizione del singolo cliente se, alla data di riferimento (ultimo giorno del mese), essa è pari o superiore a 30.000 euro. I crediti in sofferenza e i passaggi a perdita di sofferenze vanno comunque segnalati, a prescindere dall’importo.
I dati personali censiti dalla Centrale dei rischi hanno carattere riservato. Ciò significa che gli intermediari possono utilizzarli solo per finalità connesse con l’assunzione e la gestione del rischio di credito e per fini di difesa processuale. Secondo quanto previsto dalla suddetta delibera CICR, i soggetti censiti nell’anagrafe della Centrale dei rischi possono conoscere le informazioni registrate a loro nome. In base alle disposizioni attuative emanate dalla Banca d’Italia, gli intermediari, dietro specifica richiesta, devono comunicare al soggetto segnalato o al suo rappresentante la relativa posizione globale e parziale di rischio quale risulta dai flussi informativi ricevuti dalla Banca d’Italia, nonché i dati di rischio relativi alle contestazioni di cui lo stesso risulti far parte.
Qualora l’interessato manifesti l’esigenza di conoscere il dettaglio delle segnalazioni prodotte a suo nome da ciascun intermediario, nonché i dati relativi alle forme di coobbligazione, diverse dalle contestazioni, rilevate dalla Centrale dei rischi, l’istanza deve essere rivolta alla Filiale della Banca d’Italia competente per territorio.
La Centrale dei rischi invia agli intermediari partecipanti: 1) mensilmente, un flusso di ritorno personalizzato che riporta la posizione globale di rischio verso il sistema creditizio di ciascun nominativo segnalato e dei soggetti coobbligati; 2) mensilmente, un flusso di ritorno statistico sulla struttura del mercato del credito; 3) trimestralmente, dati aggregati relativi alla clientela segnalata utili per il calcolo dei tassi di decadimento dei finanziamenti per cassa. Inoltre, essa corrisponde a richieste avanzate dagli intermediari per conoscere la posizione globale di rischio della clientela effettiva (ma non segnalata) o potenziale.
In Italia operano anche altri sistemi di rilevazione centralizzata dei rischi, gestite da privati. Il funzionamento di tali Centrali è disciplinato dal “Codice di deontologia e di buona condotta per i sistemi informativi gestiti da soggetti privati in tema di crediti al consumo, affidabilità e puntualità nei pagamenti”, emanato in data 16.11.2004 dal Garante per la protezione dei dati personali.

4.2 Le informazioni di tipo qualitativo

L’esigenza di individuare per tempo segnali di deterioramento dei profili tecnici e organizzativi porta a conferire sempre maggiore rilievo anche alle informazioni di tipo qualitativo, quali, a titolo esemplificativo, la situazione dell’ambiente locale, gli assetti proprietari, le linee strategiche aziendali, le capacità e l’affidabilità del management, gli assetti organizzativi e la struttura dei controlli interni. Tali elementi informativi possono essere acquisiti tramite accertamenti ispettivi di vigilanza o indagini di altro tipo (ad esempio, quelle sulla trasparenza bancaria), la documentazione prodotta dagli intermediari a corredo di richieste di autorizzazione, le audizioni con gli esponenti aziendali o con i responsabili di specifici settori organizzativi, i verbali assembleari, le comunicazioni inviate dal soggetto incaricato del controllo contabile e dal collegio sindacale su rilevate irregolarità gestionali o violazioni delle norme disciplinanti l’attività bancaria, i bilanci d’esercizio.
L’analisi del bilancio ufficiale costituisce una fonte informativa di primaria importanza nell’ambito dell’attività di controllo svolta dall’Organo di vigilanza. L’esame del bilancio mira infatti, sia a verificare il rispetto delle istruzioni per la compilazione emanate dalla Banca d’Italia, sia a migliorare il quadro conoscitivo degli intermediari, con particolare riguardo ai profili tecnici, sia a individuare eventuali operazioni o situazioni tecnicooperative meritevoli di approfondimento.
Il bilancio bancario può essere definito come un sistema complesso e integrato di informazioni la cui finalità principale è quella di fornire a terzi (azionisti, creditori, investitori, ecc.) una rappresentazione della situazione aziendale che consenta di esprimere valutazioni corrette sullo stato di salute dell’impresa e di assumere coerenti decisioni economiche.
Le fonti normative del bilancio bancario sono la legislazione comunitaria e quella italiana. La materia è in particolare regolata: 1) dalla direttiva 2001/65/CE che modifica la quarta e la settima direttiva CEE in materia di bilancio d’esercizio e consolidato delle imprese e delle altre istituzioni finanziarie e introduce l’applicazione, per gli strumenti finanziari, del criterio di valutazione del fair value in sostituzione del costo storico; 2) dal Regolamento CE 1606/2002 che prevede l’applicazione dei principi contabili internazionali (IAS/IFRS) e la possibilità per gli Stati membri di consentire o imporre l’applicazione degli IAS/IFRS ai bilanci individuali delle società quotate e ai bilanci individuali e consolidati delle società non quotate; 3) dal d.lgs. 38/2005 che recepisce nell’ordinamento italiano gli standard contabili e conferma i poteri della Banca d’Italia in materia di forme tecniche dei bilanci bancari e finanziari, già previsti dal d.lgs. 87/92; 4) dalla Circolare n. 262 del 22.12.2005 con la quale la Banca d’Italia disciplina le regole per la compilazione del bilancio individuale e consolidato delle banche e dei gruppi bancari.
Il bilancio è costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico, dal prospetto della redditività complessiva, dal prospetto delle variazioni di patrimonio netto, dal rendiconto finanziario e dalla nota integrativa. Esso è inoltre corredato della relazione sulla gestione16, della relazione del collegio sindacale e della relazione del soggetto incaricato del controllo contabile.
Lo schema di stato patrimoniale è in forma orizzontale, cioè a sezioni divise: nella prima sezione sono esposti i valori dell’attivo (al netto delle poste rettificative); nella seconda, invece, sono contenuti quelli del passivo e del patrimonio netto. Salvo alcune eccezioni, le voci sono ordinate seguendo un criterio decrescente di liquidità per l’attivo e di esigibilità per il passivo. Lo schema del conto economico si presenta in forma verticale, cioè scalare e progressiva: i componenti di reddito sono proposti in successione, indipendentemente dal loro segno, ma affiancati in base alla loro natura. La struttura del conto economico prevede l’evidenziazione dei risultati intermedi della gestione bancaria: margine d’interesse, margine d’intermediazione, risultato netto della gestione finanziaria, utile (perdita) dell’operatività corrente al lordo delle imposte, utile (perdita) dell’operatività corrente al netto delle imposte.
La nota integrativa ha una funzione esplicativa dei valori di bilancio. Essa deve fornire informazioni supplementari qualora quelle richieste dalla normativa contabile non siano sufficienti a dare la rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa e del risultato economico dell’esercizio. La nota integrativa si compone di nove parti, ciascuna delle quali è suddivisa in sezioni che illustrano singoli aspetti della gestione bancaria mediante informazioni di natura sia qualitativa sia quantitativa, spesso in forma di tabelle e note.
Il principio generale che sta alla base della formazione del bilancio dell’impresa bancaria è quello della chiarezza, cioè le informazioni in esso contenute devono essere comprensibili agli utilizzatori, nonché della rappresentazione veritiera e corretta della situazione aziendale, sotto i profili patrimoniale, finanziario ed economico. Nell’ambito dei criteri di redazione particolare importanza rivestono quelli della prevalenza della sostanza sulla forma, della valutazione al fair value e del divieto di accantonamenti generici.
Il primo criterio implica che nella redazione del bilancio si deve dare prevalenza alla sostanza e alla realtà economica per le quali l’operazione viene effettuata e non già alla forma giuridica con la quale essa viene realizzata17.
L’utilizzo del criterio del fair value definito come “il corrispettivo al quale un’attività può essere scambiata o una passività estinta in una libera transazione tra parti consapevoli e indipendenti”ha il vantaggio di rappresentare l’insieme delle attività e delle passività a valori più vicini al loro valore di mercato complessivo. La più ampia applicazione del fair value accresce peraltro la volatilità dei risultati di bilancio di fine periodo o intermedi, in quanto ancora “i valori da attribuire alle varie poste di bilancio al mercato e quindi al suo andamento, positivo o negativo che sia”18. Per ridurre la volatilità degli utili e quindi il relativo impatto sul patrimonio, sono stati introdotti dei “filtri prudenziali” per la determinazione del patrimonio utile ai fini di vigilanza.
In base al terzo criterio, gli accantonamenti ai fondi rischi non possono essere generici, ma devono essere il risultato di una stima attendibile di un esborso collegato a un evento preciso.
Con il passaggio alla nuova disciplina contabile, l’area del bilancio che presenta più rilevanti elementi di novità è quella riguardante gli strumenti finanziari. I nuovi standard internazionali che disciplinano la contabilizzazione e la valutazione degli strumenti finanziari sono lo IAS 32 e lo IAS 39. Lo IAS 32 disciplina le modalità di rappresentazione contabile degli strumenti finanziari e la relativa informativa da fornire in bilancio. Secondo lo IAS 32, strumento finanziario è qualsiasi contratto che dia origine a un’attività finanziaria per un’impresa e a una passività finanziaria o a uno strumento rappresentativo di capitale per un’altra impresa. Rientrano, a titolo esemplificativo, nella definizione di strumento finanziario i crediti, i debiti, i titoli e i derivati. La classificazione di uno strumento finanziario tra attività finanziaria, passività finanziaria e strumento di patrimonio netto è operata sulla base del sopra ricordato criterio della prevalenza della sostanza sulla forma.
Lo IAS 39 si incentra sul concetto di strumento finanziario, di cui regolamenta puntualmente l’intero ciclo di vita: contabilizzazione (recognition), classificazione (classification) e valutazione (measurement).
Le attività finanziarie sono classificate in:
  • attività destinate alla negoziazione (held for trading HFT), nell’ambito delle quali sono compresi i titoli che la banca ha acquistato per rivenderli a breve termine;
  • investimenti posseduti fino a scadenza (held to maturity HTM), che comprendono i titoli che presentano determinate caratteristiche tecniche, quali la scadenza fissa e i pagamenti fissi e preordinati, e che la banca intende mantenere in portafoglio fino alla scadenza;
  • finanziamenti e crediti (loans and receivables L&R);
  • attività finanziarie disponibili per la vendita (availables for sale AFS).

I criteri di valutazione previsti dallo IAS 39 sono quelli del fair value e del costo ammortizzato. Sono valutati al fair value gli strumenti finanziari classificati come posseduti per la negoziazione e disponibili per la vendita. Sono invece valutati al costo ammortizzato i finanziamenti e i crediti e gli investimenti detenuti fino alla scadenza.
Per la determinazione del fair value l’intermediario può fare riferimento a un mercato attivo o a prezzi disponibili per operazioni recenti di strumenti similari o a modelli di valutazione. Se non vi è un mercato attivo, il fair value deve essere determinato con tecniche di valutazione che privilegino nella maniera più ampia possibile elementi di mercato. Il criterio di valutazione del costo ammortizzato impone invece di valutare uno strumento finanziario sulla base del prezzo a cui la banca lo ha effettivamente acquistato, tenendo conto anche di ulteriori elementi di costo (ad esempio, le commissioni di intermediazione).
Le attività classificate come HFT devono essere valutate al fair value e i risultati del procedimento di valutazione devono essere imputati al conto economico direttamente alla voce “profitti (o perdite) da operazioni finanziarie”. Le attività classificate come HTM e L&R devono essere valutate al costo ammortizzato e i risultati del procedimento valutativo devono essere imputati al conto economico alla voce “rettifiche di valore”. Le attività classificate come AFS devono essere valutate al fair value ma i risultati del procedimento di valutazione devono essere imputati a una riserva patrimoniale, denominata “riserva di fair value”.
Si soggiunge, per completezza, che nel novembre del 2009 lo IASB ha pubblicato la prima parte del progetto di revisione dello IAS 39, che dovrebbe prendere il nome di IFRS 9, riguardante la classificazione e i criteri di valutazione degli strumenti finanziari. In particolare, il Board ha deciso di ridurre a due le categorie in cui le attività finanziarie devono essere classificate e conseguentemente valutate: al costo ammortizzato e al fair value. La distinzione tra le due categorie avviene sulla base della natura dello strumento e del business model dell’impresa. Il processo di adozione del nuovo principio contabile non è al momento applicabile nell’area comunitaria, in attesa che la Commissione europea esprima una valutazione complessiva sull’intero progetto di sostituzione dello IAS 39.

    5. La vigilanza regolamentare

L’art. 53 attribuisce alla Banca d’Italia il potere di emanare, in conformità delle deliberazioni del CICR, disposizioni di carattere generale aventi per oggetto l’adeguatezza patrimoniale, il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni, partecipazioni detenibili, l’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni. Le suddette disposizioni trovano attuazione nelle specifiche regole contenute nelle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia.
In base all’art. 53, comma 3, lett. a) e b), la Banca d’Italia ha il potere di convocare gli esponenti aziendali e di ordinare la convocazione degli organi collegiali, provvedendovi direttamente in caso di inottemperanza.
Le riunioni coinvolgono sia i vertici aziendali sia il middle management. Possono riguardare l’esame dei principali profili strategici e gestionali (ad esempio, modifiche statutarie e progetti di concentrazione) oppure essere finalizzati ad approfondimenti su specifici comparti operativi (area finanza, area crediti, sistemi informativi, ecc.). I colloqui possono consentire inoltre l’acquisizione di aggiornati elementi informativi sullo stato di attuazione delle iniziative intraprese dai responsabili aziendali e sui risultati intermedi ottenuti. L’oggetto della convocazione degli organi collegiali può riguardare qualunque aspetto della gestione aziendale purché rilevante ai fini del raggiungimento degli obiettivi di vigilanza. Attesa la genericità della previsione normativa, si ritiene che siano assoggettati al potere di convocazione tutti gli organi aziendali, “siano essi titolari di funzioni deliberative, di funzioni esecutive ovvero di controllo”19.

5.1 L’adeguatezza patrimoniale
Le disposizioni emanate dall’Organo di vigilanza in materia di adeguatezza patrimoniale sono volte a garantire che ogni intermediario abbia una dotazione di mezzi propri minima adeguata a fronteggiare i rischi che scaturiscono dall’attività bancaria nel suo complesso.
Il rischio è insito in ogni forma di attività economica ma assume un rilievo particolare in campo finanziario perché la maggior parte delle poste che compongono il bilancio è costituita da attività e passività finanziarie che, essendo legate a eventi futuri, “presentano intrinsecamente tutte le tipologie di rischio collegate all’incertezza”20.
Le banche, nell’esercizio della loro complessa attività, sono esposte a una molteplicità di rischi di varia natura che possono avere un’origine interna o esterna, generata cioè da eventi o fatti estranei ai processi aziendali. Mentre i rischi interni possono essere influenzati dalle decisioni del management, quelli dipendenti da fattori esterni non sono influenzabili.
Le tipologie di rischio principali a cui è esposta l’attività bancaria sono:
  1. rischio di credito, collegato al mancato rimborso del debito in conto capitale e interesse. Include sia il rischio di insolvenza del debitore sia il rischio di peggioramento della capacità prospettica della controparte di rimborsare il debito21. Rappresenta il rischio tipico della tradizionale attività di concessione del credito, a fronte del quale è stato introdotto il coefficiente di solvibilità;
  2. rischio di controparte, derivante dall’inadempimento della controparte nelle operazioni di pagamento e di regolamento di titoli;
  3. rischio di mercato, connesso con l’operatività sui mercati riguardanti gli strumenti finanziari, le valute e le merci. La normativa di vigilanza identifica e disciplina il trattamento dei seguenti rischi: con riferimento al portafoglio di negoziazione: rischio di posizione (connesso all’oscillazione del prezzo dei valori mobiliari per fattori attinenti all’andamento dei mercati (rischio generico) o alla situazione del singolo emittente (rischio specifico), rischio di regolamento (connesso alla mancata consegna di titoli o del denaro alla scadenza) e rischio di concentrazione (connesso a esposizioni verso controparti, gruppi di controparti connesse e controparti del medesimo settore economico o che esercitano la stessa attività o appartenenti alla medesima area geografica); con riferimento all’intero bilancio: rischio di cambio (riveniente da avverse variazioni dei corsi delle divise estere) e rischio di posizione su merci (riveniente da variazioni nell’andamento delle commodities);
  4. rischio di tasso di interesse, rappresenta il rischio che una variazione dei tassi di interesse si rifletta negativamente sulla situazione finanziaria di un intermediario;
  5. rischio operativo, derivante dall’inadeguatezza o dalla disfunzione di procedure, risorse umane e sistemi interni, oppure da eventi esogeni;
  6. rischio di liquidità, determinato dal mismatching delle scadenze tra l’attivo e il passivo che può causare la temporanea impossibilità di far fronte ai propri obblighi;
  7. rischio legale, è il rischio di sanzioni legali o amministrative, perdite finanziarie rilevanti o perdite di reputazione dovute al mancato assolvimento non solo delle leggi e dei regolamenti ma anche di standard interni e codici di condotta applicabili all’attività della banca;
  8. rischio di reputazione, è il rischio, attuale o prospettico, di flessione degli utili o del capitale derivante da una percezione negativa dell’immagine dell’intermediario da parte degli stakeholder (clienti, controparti, azionisti, investitori, Autorità di vigilanza);
  9. rischio di compliance, è il rischio di incorrere in sanzioni giudiziarie o amministrative, perdite finanziarie rilevanti o danni di reputazione in conseguenza di violazioni di norme imperative (di legge o di regolamenti) ovvero di autoregolamentazione (es. statuti, codici di condotta, codici di autodisciplina);
  10. rischio strategico, è il rischio, attuale e prospettico, di flessione degli utili o del capitale derivante da cambiamenti del contesto operativo o da decisioni aziendali errate, attuazione inadeguata di decisioni, scarsa reattività a variazioni del contesto competitivo. Rappresenta una tipologia di rischio che coinvolge tutte le banche, comprese quelle di piccole dimensioni.
Da sempre la Banca d’Italia punta all’adeguamento continuo del patrimonio delle banche proprio in virtù della specificità delle funzioni che tale aggregato è chiamato a svolgere nell’ambito della gestione bancaria; funzioni che possono essere compendiate in quelle di:
  • disporre, al momento della costituzione dell’azienda, di fondi necessari per dare avvio all’operatività;
  • ammortizzatore delle perdite inattese, al fine di salvaguardare la fiducia dei depositanti sulla solidità della banca;
  • fattore di espansione delle attività oltre le possibilità rappresentate dalle risorse raccolte presso i depositanti;
  • rafforzamento della capacità della banca di ricorrere, all’occorrenza, a fonti di finanziamento esterne per far fronte ai propri impegni.
La scelta di correlare l'operatività aziendale patrimonio nasce alla fine degli anni Ottanta in seguito ad alcuni dissesti bancari nonché dalla volontà delle Autorità di vigilanza di armonizzare il quadro regolamentare internazionale in materia di dotazione di capitale.
In tale direzione si muove l’iniziativa del Comitato di Basilea per la definizione di norme prudenziali riguardanti il rischio creditizio, che si è concretizzata nell’approvazione dell’”Accordo sul capitale” nel 1988 (cd. Basilea 1), basato sull’imposizione di un coefficiente minimo di capitalizzazione a copertura dell’esposizione del rischio di credito, non inferiore all’8 per cento del rapporto tra i mezzi propri e la somma delle attività (in bilancio e fuori bilancio) ponderate per il rispettivo fattore di rischiosità.
L’impianto normativo, nel tempo, ha manifestato limiti considerevoli, primo tra tutti la scarsa sensibilità dello schema di ponderazione ai differenti livelli di rischio. Si è ravvisata quindi l’esigenza di sottoporre a revisione l’Accordo del 1988, con l’obiettivo di realizzare una disciplina più completa e flessibile. Tre sono le finalità che il nuovo Accordo intende perseguire: 1) una più stretta correlazione tra patrimonio e rischi effettivi, senza modificare la dotazione media di capitale regolamentare nel sistema bancario; 2) una pluralità di opzioni di calcolo dei requisiti patrimoniali in relazione al diverso grado di complessità (operativa e organizzativa) delle banche; 3) un miglioramento dei sistemi di gestione dei rischi.
Nel 2006, in seguito all’approvazione del “Nuovo accordo sul capitale” (cd. Basilea 2), la Banca d’Italia ha emanato nuove disposizioni in materia di adeguatezza patrimoniale22. La disciplina prudenziale s’ispira al principio di proporzionalità, in base al quale la regolamentazione tiene conto delle diversità degli intermediari in termini di dimensioni, complessità e altre caratteristiche, e al criterio di gradualità, secondo cui ciascun intermediario, anche in relazione alla tipologia di rischio, può articolare nel tempo il passaggio a metodologie di misurazione dei rischi più avanzate e complesse.
La nuova regolamentazione poggia su tre “pilastri” (pillar), di eguale importanza e fra loro interdipendenti. Il primo pilastro (minimum capital requirement) introduce un requisito patrimoniale per fronteggiare i rischi tipici e più rilevanti dell’attività bancaria (di credito, di controparte, di mercato e operativi); a tal fine sono previste metodologie alternative di calcolo dei requisiti patrimoniali caratterizzate da diversi livelli di complessità nella misurazione dei rischi e nei requisiti organizzativi e di controllo. Il secondo pilastro (supervisory review process) riguarda il processo di controllo prudenziale, il quale è diretto a garantire che le banche dispongano di un capitale adeguato a fronteggiare i rischi connessi con la loro attività e a incoraggiarle a dotarsi di tecniche avanzate per il monitoraggio e la gestione di tali rischi; vanno quindi considerati non solo i rischi previsti dal primo pilastro ma anche quelli di difficile misurazione come i rischi di reputazione, di liquidità, strategico, di concentrazione, di tasso d’interesse sull’intero bilancio. Il terzo pilastro (market discipline) prevede obblighi di informativa al pubblico riguardanti l’adeguatezza patrimoniale, l’esposizione ai rischi, le caratteristiche generali dei relativi sistemi di gestione e controllo. In questo modo, i soggetti interessati sono in grado, sia di esprimere valutazioni sull’adeguatezza patrimoniale, sia di discernere tra banche che hanno sistemi di gestione dei rischi appropriati e capitalizzazioni adeguate e banche che si trovano in condizioni diverse. Le istruzioni emanate dalla Banca d’Italia, conformemente alla normativa comunitaria, indicano le modalità di calcolo del patrimonio utile ai fini di vigilanza. Quest’ultimo è costituito dalla somma del patrimonio di base23 e del patrimonio supplementare24, che viene computato sino al massimo del patrimonio di base. Da tali aggregati sono dedotti le partecipazioni, gli strumenti innovativi di capitale, gli strumenti ibridi di patrimonializzazione e le attività subordinate, detenuti in altre banche e società finanziarie.
La normativa prevede che le banche abbiano una dotazione di capitale idonea a fronteggiare i rischi di credito (compreso quello di controparte), di mercato e operativo. Il requisito minimo patrimoniale, dato dal rapporto tra patrimonio di vigilanza e attività di rischio ponderate, deve essere almeno pari all’8 per cento (PAV/APR+12,5x(Rm+Ro)≥8%). A livello individuale, per le banche appartenenti a gruppi tale requisito minimo deve essere almeno pari al 7 per cento. Le banche che non fanno parte di gruppi sono tenute a osservare il requisito minimo dell’8 per cento.
Per il rischio di credito, le banche possono optare per il metodo standardizzato, che ricalca sostanzialmente quello previsto da Basilea 1, utilizzabile dalle banche di minori dimensioni. Esso si basa sui giudizi di affidabilità delle controparti emessi da agenzie specializzate riconosciute dalla Banca d’Italia, oppure, previa autorizzazione di quest’ultima, per quello dei rating interni (Internal Rating Based IRB), destinati alle banche e ai gruppi bancari di maggiori dimensioni, che utilizza criteri elaborati al proprio interno. Al fine di poter adottare i metodi basati sui rating interni, gli intermediari devono rispettare requisiti di natura organizzativa (regole sull’organizzazione e sui controlli, convalida interna del sistema di rating, caratteristiche dei sistemi di rating, ecc.) e requisiti quantitativi (struttura dei sistemi di rating, determinazione dei parametri di rischio, prove di stress, ecc.). Il metodo IRB prevede la scelta tra l’approccio di base (Foundation Approach) e quello avanzato (Advanced Approach). Con la prima versione le banche hanno la possibilità di stimare direttamente solo la probabilità di insolvenza (Default Probability PD25); con la seconda le banche utilizzano stime interne per la PD, per la perdita in caso di insolvenza (Loss Given Default LGD26), per l’esposizione al momento dell’insolvenza (Exposure At Default EAD27) e per la durata residua delle esposizioni (Maturity M).
Le stime dei rischi di insolvenza (PD), di controparte (LGD) e di esposizione (LGD) sono utilizzate per la determinazione della perdita attesa (expected loss EL), definita come la perdita che una banca si attende mediamente di conseguire a fronte di un credito o di un portafoglio crediti. La perdita attesa può quindi essere rappresentata nella forma seguente: EL = PD x LGD x EAD.
Se le stime dei rischi insolvenza, di controparte e di recupero sono effettuate correttamente e vengono perciò confermate ex post, il pricing richiesto è in grado di coprire la perdita attesa. Tuttavia accade sovente che la perdita effettiva si riveli superiore a quella attesa. Ciò ha luogo quando le stime sono eseguite sulla base di ipotesi non sufficientemente rigorose oppure quando eventi negativi imprevedibili hanno intaccato la solvibilità del soggetto sovvenuto. La differenza tra perdita effettiva e perdita attesa viene definita perdita inattesa (unexpected loss). Essa rappresenta una misura del grado di variabilità del tasso di perdita attorno al proprio valore atteso. Poiché non trova copertura in un apposito fondo, la perdita inattesa deve essere assorbita dal capitale proprio. Mentre la perdita attesa non può essere eliminata frazionando il rischio e diversificando il portafoglio prestiti per settori produttivi, classi dimensionali o aree geografiche, quella inattesa può essere significativamente ridotta mediante un’accorta politica di frazionamento del rischio e di diversificazione degli impieghi
Supponiamo che una banca conceda un affidamento in c/c di 1 milione di euro e che, in base alle stime basate su dati storici, nei prossimi dodici mesi la linea di credito presenti una probabilità di insolvenza (PD) dell’1%, una perdita in caso di insolvenza (LGD) del 50% e un’esposizione al momento dell’insolvenza (EAD) del 90%. La perdita attesa sarà quindi pari a 4.500 euro (1.000.000x1%x50%x90%). Consideriamo ora la funzione di distribuzione delle perdite, ricavata dai dati storici, e valutiamo la PD per un intervallo di confidenza del 99,9%. Ne conseguirà una PD del 5%. Il valore a rischio28 sarebbe pari a 22.500 euro (1.000.000x5%x50%x90%). Pertanto, la differenza tra 22.500 e 4.500, pari a 18.000 euro, rappresenta la perdita inattesa.
I requisiti patrimoniali richiesti per far fronte ai rischi di mercato possono essere determinati seguendo una metodologia standardizzata oppure adottando modelli interni, subordinatamente al rispetto di requisiti organizzativi e quantitativi e previa autorizzazione della Banca d’Italia. La metodologia standardizzata permette di calcolare il requisito patrimoniale complessivo sulla base del cd.”approccio a blocchi” (building-block approach), secondo il quale il requisito complessivo è ottenuto come somma dei requisiti di capitale a fronte dei rischi di posizione, regolamento, concentrazione, di cambio e di posizione su merci. Il metodo dei rating interni può essere utilizzato con riferimento ad alcuni dei rischi sopraindicati e precisamente al rischio di posizione, di cambio e di posizione su merci
Per il calcolo del rischio operativo sono previsti tre metodi di complessità via via crescente: l’approccio dell’indicatore semplice (Basic Indicator Approach BIA), quello standard (Standardised Approach) e quelli avanzati (Advanced Measurement Approaches AMA). Le banche che si avvalgono della metodologia BIA sono tenute a detenere una dotazione di capitale pari al 15 per cento del volume di operatività aziendale, corrispondente al margine di intermediazione riferito al triennio precedente. Nel metodo standard sono previsti coefficienti regolamentari distinti per ciascuna delle aree d’affari in cui è suddivisa l’attività aziendale. Nei metodi AMA, l’ammontare del requisito è misurato dalla banca attraverso modelli di calcolo basati su dati di perdita operativa e altri elementi di valutazione.
Una delle principali innovazioni introdotte dalla nuova disciplina prudenziale è rappresentata dall’ampliamento della possibilità di utilizzo a fini prudenziali delle tecniche di mitigazione del rischio di credito (credit risk mitigation CRM). Esse sono rappresentate da contratti accessori al credito ovvero da altri strumenti e tecniche che producono una riduzione di tale rischio, accettata in sede di calcolo dei requisiti patrimoniali. L’ampliamento del novero delle garanzie è stato accompagnato da una più puntuale indicazione, sia dei requisiti di ammissibilità (giuridici, economici e organizzativi) per il riconoscimento a fini prudenziali, sia delle modalità di calcolo della riduzione del rischio.
Sono previsti requisiti di ammissibilità di carattere sia generale sia specifico; essi devono sussistere al momento di costituzione della garanzia e rimanere per tutta la durata della stessa. I requisiti generali riguardano la certezza giuridica, la tempestività di realizzo e presidi di tipo organizzativo. La certezza giuridica implica che la garanzia acquisita sia giuridicamente valida, efficace, vincolante per il garante e opponibile ai terzi. Inoltre, la garanzia deve essere realizzabile tempestivamente in caso di inadempimento del debitore. Infine, le banche devono adottare soluzioni organizzative adeguate ad assicurare la sussistenza, nel tempo, dei requisiti richiesti per il riconoscimento a fini prudenziali delle garanzie. I requisiti specifici riguardano congiuntamente sia i metodi di calcolo dei requisiti patrimoniali sia le diverse tipologie di garanzie.
L’adozione delle tecniche di CRM è consentita a tutti gli intermediari, indipendentemente dal metodo scelto per il calcolo dei requisiti patrimoniali a fronte del rischio di credito; quelli autorizzati a utilizzare il metodo IRB avanzato beneficiano di una più ampia tipologia di garanzie ammesse. Le garanzie si suddividono in due categorie: di tipo reale (funded) e di tipo personale (unfunded).
La prima categoria è costituita da: 1) garanzie reali finanziarie (collateral)29; 2) accordi-quadro di compensazione (master netting agreements)30; 3) compensazioni delle poste di bilancio (on balance sheet netting); 4) ipoteche immobiliari e operazioni di leasing immobiliare; 5) altre garanzie reali utilizzabili solo per le banche che applicano i metodi IRB. La seconda categoria comprende le garanzie personali e i derivati su credito31.
Il processo di controllo prudenziale di cui al secondo pilastro (Supervisory Review Process SRP) si articola in due fasi distinte ma integrate. La prima richiede alle banche di compiere un’autonoma valutazione della propria adeguatezza patrimoniale, attuale e prospettica, in relazione ai rischi assunti e alle strategie aziendali (Internal Capital Adequacy Assesment Process ICAAP). La seconda consiste nel processo di revisione e valutazione prudenziale, nell’ambito del quale l’Organo di vigilanza riesamina l’ICAAP, formula un giudizio complessivo sulla banca e attiva, se del caso, le opportune misure correttive (Supervisory Review Evaluation Process SREP).
Il Comitato di Basilea ha elaborato quattro principi chiave a cui l’intero processo di controllo si deve ispirare, che integrano quel complesso di principi contenuti nel documento “Principi fondamentali per un’efficace vigilanza bancaria”, del settembre 1997.
Il primo principio stabilisce che il processo di autovalutazione, da condurre sotto la supervisione del consiglio di amministrazione e dell’alta direzione, deve assicurare una adeguata mappatura, misurazione e copertura dei rischi, ed essere sottoposto a revisione interna. Gli altri tre principi sottolineano l’opportunità che le Autorità di vigilanza, nell’ambito del processo di revisione, riesaminino in chiave critica l’ICAAP, raccomandino alle banche di operare con una dotazione di capitale superiore ai livelli minimi previsti dal primo pilastro, adottino tempestive ed efficaci misure correttive ove il capitale scenda al di sotto del minimo. L’ICAAP è commisurato alle caratteristiche, alle dimensioni e alla complessità dell’attività svolta. L’attuazione del principio di proporzionalità ha comportato la ripartizione delle banche in tre classi:
  1. classe 1: banche e gruppi autorizzati all’utilizzo di sistemi avanzati per il calcolo dei requisiti patrimoniali a fronte dei rischio di credito, di mercato e operativi;
  2. classe 2: banche e gruppi che utilizzano metodologie semplificate con attivo ≥ a 3,5 miliardi di euro;
  3. classe 3: banche e gruppi che utilizzano metodologie semplificate con attivo < a 3,5 miliardi di euro.
Il processo ICAAP può essere ripartito in quattro fasi. La prima riguarda l’individuazione dei rischi ai quali le banche sono o potrebbero essere esposte, sia di quelli previsti dal primo pilastro sia quelli in esso non contemplati. La seconda consiste nella misurazione dei singoli rischi e del capitale interno32 relativo a ciascuno di essi, anche mediante l’utilizzo di stress testing33. La terza si riferisce alla misurazione del capitale interno complessivo34. La quarta e ultima fase concerne la determinazione del capitale complessivo35 e la riconciliazione con il patrimonio di vigilanza36.
Le banche determinano con periodicità annuale: 1) il livello attuale del capitale interno complessivo e del capitale complessivo con riferimento alla fine dell’ultimo esercizio chiuso; 2) il livello prospettico dei suddetti aggregati con riferimento alla fine dell’esercizio corrente, tenendo conto della prevedibile evoluzione dei rischi e dell’operatività aziendale.
Il resoconto ICAAP viene inviato alla Banca d’Italia, unitamente alle delibere e alle relazioni con le quali gli organi aziendali si sono espressi sul processo di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale. Esso ha un duplice contenuto: descrittivo e valutativo. Nel primo caso, illustra la struttura, sotto un profilo organizzativo e metodologico, del processo di pianificazione del capitale e quella dei sistemi di misurazione, monitoraggio e gestione dei rischi rilevanti; la ripartizione delle competenze tra le varie funzioni preposte al processo ICAAP; gli scenari strategici e competitivi nei quali la banca ha collocato la propria pianificazione patrimoniale. Nel secondo caso, il documento individua le aree di miglioramento, le eventuali carenze del processo, le azioni correttive da porre in essere, con l’indicazione dei relativi tempi di attuazione.
Il processo di revisione e valutazione prudenziale (SREP) viene condotto annualmente dalla Banca d’Italia allo scopo di accertare che le banche e i gruppi bancari si dotino di presidi di natura patrimoniale e di meccanismi organizzativi adeguati in relazione ai rischi assunti. Lo SREP si articola in 5 fasi. Con la prima si analizzano l’esposizione ai rischi rilevanti e i presidi organizzativi predisposti per il governo, la gestione e il controllo degli stessi. Con la seconda si verifica il rispetto dei requisiti patrimoniali e degli altri istituti prudenziali. Con la terza si valuta il procedimento aziendale di determinazione del capitale interno complessivo e dell’adeguatezza del capitale complessivo rispetto al profilo di rischio della banca. Con la quarta si attribuiscono giudizi specifici per ciascuna tipologia di rischio e un giudizio complessivo sulla situazione aziendale. Con la quinta e ultima fase si procede all’individuazione delle misure necessarie a rimuovere le criticità rilevate.
Lo svolgimento di tale attività avviene attraverso il Sistema di analisi aziendale (SAA), il quale consente alla Banca d’Italia di individuare i rischi rilevanti assunti dagli intermediari e di valutarne i sistemi di gestione e controllo, anche ai fini del riesame della determinazione del capitale interno effettuato dagli stessi.
Il rafforzamento della disciplina di mercato (terzo pilastro) viene perseguito richiedendo alle banche la diffusione di dati e notizie in merito alla loro adeguatezza patrimoniale, all’esposizione ai rischi e alle caratteristiche dei sistemi di identificazione, misurazione e gestione dei rischi. Ovviamente, gli obblighi di trasparenza sono più stringenti per le banche che adottano procedure di calcolo dei requisiti patrimoniali basate sulla stima di dati aziendali.
La crisi che nella seconda parte del 2007 ha scosso violentemente il sistema finanziario internazionale minandone la stabilità ha posto in evidenza significativi elementi di debolezza nel sistema di adeguatezza patrimoniale, tra i quali l’insufficiente dotazione del capitale, per quantità e qualità, rispetto alle perdite sostenute, l’inadeguata copertura dei rischi, l’assenza di regole quantitative per contenere il rischio di liquidità, la tendenziale accentuazione delle fluttuazioni del ciclo economico37.
Nel dicembre del 2010, il Comitato di Basilea ha pubblicato le nuove regole sul capitale e sulla liquidità delle banche (cd. Basilea 3), in linea con le richieste del G20 e con le indicazioni del Financial Stability Board. I nuovi standard entreranno in vigore dal 1° gennaio 2013 ma andranno a regime con gradualità per non ostacolare la ripresa economica. Il nuovo impianto regolamentare persegue tre finalità: 1) prevenire l’eccessiva dilatazione dei rischi assunti dalle banche; 2) promuovere condizioni di parità concorrenziale tra gli intermediari; 3) rafforzare la capacità di tenuta del sistema finanziario in caso di crisi sistemiche38.
Le principali novità introdotte riguardano:
  • la definizione armonizzata di capitale di primaria qualità (common equity)39, corrispondente alle azioni ordinarie e alle riserve di utili; l’adozione di criteri più rigorosi per la computabilità di altri strumenti di capitale e per la deduzione da quest’ultimo delle attività immateriali e delle partecipazioni finanziarie e assicurative: l’inasprimento dei requisiti relativi a esposizioni particolarmente rischiose (ad esempio, le cartolarizzazioni e le operazioni in strumenti derivati);
  • l’introduzione, a partire dal 2018, di una misura massima di leva finanziaria (leverage ratio) in modo da contenere il livello di indebitamento delle banche nelle fasi espansive del ciclo economico;
  • l’introduzione di due regole quantitative sulla liquidità. La prima (liquidity coverage ratio) prevede che le banche si dotino di un adeguato cuscinetto di attività liquide per far fronte a significative situazioni di stress della durata di 30 giorni. La seconda (net stable funding ratio) è diretta a evitare squilibri strutturali nella composizione per scadenze delle poste attive e passive del bilancio lungo un orizzonte temporale di un anno;
  • la costituzione di buffer patrimoniali durante le fasi di espansione che le banche potranno utilizzare nelle fasi recessive, al fine di mitigare la prociciclità40

In tema di organizzazione e controlli interni, è previsto che: 1) le banche si dotino di sistemi di rilevazione e di verifica delle informazioni sull’andamento dei flussi finanziari; 2) la funzione di risk management sulla liquidità sia indipendente dalle funzioni di gestione operativa del rischio di liquidità41; 3) la funzione di revisione interna effettui verifiche periodiche sull’adeguatezza del sistema di raccolta ed elaborazione di informazioni, sul sistema di misurazione del rischio di liquidità, sul processo di revisione e aggiornamento del piano di emergenza, e valuti la funzionalità e l’affidabilità del complesso sistema dei controlli sulla gestione del rischio di liquidità. Infine, la Banca d’Italia ha imposto specifici obblighi di informativa al pubblico sulla posizione di liquidità e sui presidi di governo e gestione del rischio, volti a favorire una più compiuta valutazione della solidità di tali presidi e della relativa esposizione.

5.2 La concentrazione dei rischi
Il default di un’esposizione di elevato importo nei confronti di singole controparti a causa di un evento non previsto può mettere a rischio la stabilità dell’intermediario. Per scongiurare tale eventualità, la regolamentazione prudenziale ha stabilito dei limiti all’esposizione al rischio idiosincratico verso un singolo soggetto ovvero un gruppo di clienti connessi tra loro42.
La materia dei “grandi fidi” (large exposures) è regolata dalle direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, modificate dalla direttiva 2009/111/CE (Capital Requirements Directive CRD II), dal TUB43, dalle delibere del CICR del 27.12.2006 e del 27.12.2010, dalle linee guida del CEBS dell’11.12.2009.
La revisione della normativa risponde all’esigenza di realizzare un più elevato livello di convergenza della regolamentazione e delle prassi di vigilanza in ambito comunitario, attraverso l’eliminazione e l’attenuazione delle differenze regolamentari esistenti tra stati membri.
La nuova disciplina di vigilanza istituisce due tipi di presidi: 1) limiti prudenziali all’assunzione di rischi, al fine di contenere le esposizioni entro un determinato ammontare del patrimonio di vigilanza; 2) presidi organizzativi, riferiti alla valutazione del merito creditizio dei clienti verso cui la banca è esposta in misura rilevante, al monitoraggio delle relative esposizioni, alla rilevazione dei rapporti di connessione tra clienti.
La normativa emanata dalla Banca d’Italia, in attuazione della direttiva 2009/111/CE, mira a limitare i rischi di instabilità derivanti dall’inadempimento di un cliente o di un gruppo di clienti connessi verso cui un intermediario è esposto in misura rilevante rispetto al patrimonio di vigilanza. I limiti riguardano non solo le operazioni di credito, ma anche i rischi assunti ad altro titolo nei confronti della medesima controparte. In particolare, i gruppi bancari e le banche non appartenenti a gruppi bancari sono tenuti a contenere ciascuna posizione di rischio entro il limite del 25 per cento del patrimonio di vigilanza. Tale limite può essere superato nel caso di esposizioni verso una banca, un’impresa di investimento o un gruppo di clienti connessi di cui sia parte una banca o un’impresa di investimento purché siano rispettate determinate condizioni44.
Le singole banche appartenenti a gruppi bancari sono assoggettate a un limite pari al 40 per cento del proprio patrimonio di vigilanza, a condizione che, a livello consolidato, il gruppo di appartenenza rispetti i limiti suindicati.
La nuova disciplina, oltre a istituire limiti prudenziali all’assunzione dei rischi, introduce presidi organizzativi specifici in caso di concessione di “grandi fidi”. Nello specifico, è previsto che gli intermediari si attengano a regole di comportamento che garantiscano la possibilità di conoscere i grandi rischi, valutarne la qualità e monitorarne l’In attuazione della delibera del CICR del 29.7.2008, la Banca d’Italia ha pubblicato nel maggio del 2010, per la consultazione, disposizioni di vigilanza in materia di attività di rischio e operazioni delle banche e dei gruppi bancari nei confronti di soggetti collegati, che non sono ancora operative. La disciplina delle operazioni con parti correlate45 è volta a “contenere il rischio che un intermediario possa essere danneggiato da transazioni effettuate con controparti in grado di condizionare le decisioni del management, guidate da interessi in conflitto con quello aziendale”46.
La materia è regolata dal TUB47, dalla suindicata deliberazione del CICR, dal codice civile (art. 2391 e 2391-bis e 2634), dai “Core Principles” del Comitato di Basilea, dal Nuovo accordo sul capitale (Basilea 2), dalle direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, dal Regolamento (CE) n. 1126/2008 della Commissione del 3.11.2008.
La nuova normativa di vigilanza stabilisce che l’assunzione di attività di rischio48 nei confronti dei soggetti collegati deve essere contenuta entro limiti (consolidati e individuali) differenziati in funzione delle diverse tipologie di parti correlate e rapportati al patrimonio di vigilanza della banca o del gruppo49. Ai limiti quantitativi si aggiungono cautele prudenziali che gli intermediari sono tenuti a osservare. Innanzitutto, le attività di rischio e ogni altro rapporto di natura economica con soggetti collegati sono deliberati con modalità che garantiscano l’oggettività del processo decisionale. In secondo luogo, le banche effettuano controlli sull’andamento delle relazioni in essere con soggetti collegati.

5.3 Le partecipazioni detenibili
La legge bancaria del ’36 aveva introdotto severe limitazioni alle partecipazioni detenibili dalle aziende di credito, sancendo il principio della separazione tra banca e industria50. In base alla vigente normativa, le banche possono detenere partecipazioni in imprese finanziarie, strumentali e assicurative, in imprese non finanziarie, in imprese in temporanea difficoltà finanziaria e per recupero crediti, e nell’ambito dell’attività di collocamento e garanzia. L’acquisizione di interessenze in imprese finanziarie risponde all’esigenza di sfruttare potenziali sinergie e di porre le basi per un’eventuale crescita per via esterna. La presenza di intermediari nel capitale delle imprese non finanziarie, al di là di possibili effetti negativi legati all’emergere di conflitti di interessi, favorirebbe lo scambio di informazioni, incoraggerebbe la costruzione di rapporti stabili, intensificherebbe l’attività di monitoraggio dell’impresa partecipata. La vigente disciplina delle partecipazioni detenibili dalle banche, finalizzata a contenere i rischi di immobilizzo finanziario e di concentrazione dell’attivo, è regolata dal richiamato art. 53, lett. c), del comma 1, dalla delibera del CICR del 22.6.1993 e dalle relative istruzioni di vigilanza emanate dalla Banca d’Italia.
In materia di partecipazioni in imprese non finanziarie, la normativa prevede tre tipologie di limiti, fissati a livelli più restrittivi di quanto consentito dalla disciplina comunitaria (artt. 120122 della direttiva 2006/48/CE):
  • un limite “complessivo”, che rappresenta l’ammontare massimo delle partecipazioni detenibili in soggetti non finanziari. Tale limite varia in funzione della tipologia dell’intermediario (vedi infra);
  • un limite”di concentrazione”, che identifica il valore massimo che può assumere ciascuna partecipazione. Anch’esso varia in base alla natura della banca;
  • un limite “di separatezza”, non contemplato dalla normativa comunitaria, che per tutte le banche si ragguaglia al 15% del capitale della partecipata51. Questo parametro, a differenza dei due precedenti, è uguale per tutti gli intermediari.
Con riferimento alle partecipazioni in soggetti finanziari, l’attuale disciplina prevede:
  • un regime autorizzativo per l’acquisizione, da parte dei banche, di partecipazioni in altre banche, in imprese finanziarie e in imprese assicurative al superamento di una delle seguenti soglie: 1) 10%, 20% del capitale della partecipata e in caso di acquisizione del controllo; 2) 10% del patrimonio di vigilanza della banca partecipante; 3) acquisizione del controllo di società strumentali;
  • un limite massimo alla detenzione di partecipazioni in imprese assicurative (40% del patrimonio di vigilanza; nei gruppi bancari, fermo restando tale limite a livello consolidato, la soglia per le singole banche è pari al 60%).
Agli intermediari che possiedono determinate caratteristiche in termini di livello di patrimonializzazione, esperienza maturata nel settore della finanza d’impresa, struttura delle scadenze del passivo è consentita un’operatività più ampia. A tal fine, le istruzioni di vigilanza distinguono tra banche ordinarie52, banche abilitate53 e banche specializzate54.
È previsto inoltre un limite generale, in base al quale l’ammontare delle partecipazioni e degli immobili posseduti da una banca non deve eccedere il patrimonio di vigilanza a livello consolidato. Tale regola mira a evitare un eccessivo grado di immobilizzo dell’attivo e quindi a preservare l’equilibrio della struttura finanziaria della banca.
Il quadro normativo comunitario in materia di partecipazioni è disciplinato dai suindicati artt. 120-122 della direttiva 2006/48/CE, la quale stabilisce che gli intermediari bancari non possono detenere una “partecipazione qualificata”55 in imprese non finanziarie per un importo superiore al 15% dei fondi propri (limite di concentrazione) e che l’importo totale delle partecipazioni della specie non può eccedere il 60% dei fondi propri (limite complessivo)56.
Sono escluse dall’applicazione dei limiti, in quanto partecipazioni in soggetti finanziari, le partecipazioni in enti creditizi (banche e IMEL), enti finanziari (imprese la cui attività principale sia l’acquisizione di partecipazioni o l’esercizio di una o più delle attività ammesse al mutuo riconoscimento) e imprese che esercitano attività che costituiscono un’estensione diretta dell’attività bancaria, ovvero consistono in servizi ausiliari della stessa.
Sono altresì escluse dai limiti le partecipazioni detenute in via temporanea: a) in relazione a un’operazione di sostegno finanziario in vista del risanamento o del salvataggio di un’impresa; b) a seguito della sottoscrizione di un’emissione di titoli durante la normale durata di tale sottoscrizione; c) in nome proprio ma per conto terzi.
È consentito il superamento dei limiti al verificarsi di circostanze eccezionali. In tali casi, le competenti autorità di vigilanza nazionali richiedono all’intermediario interessato l’aumento dei fondi propri o l’adozione di misure equivalenti.
Infine, la direttiva consente agli Stati membri la possibilità di prevedere che le competenti autorità non applichino detti limiti qualora prefigurino che le eccedenze rispetto agli stessi siano coperte al 100% da fondi propri e che le eccedenze medesime non siano incluse nel calcolo dell’adeguatezza patrimoniale57.
In materia di partecipazioni in soggetti di natura finanziaria la direttiva non detta disposizioni particolari, non essendo stati stabiliti né limiti quantitativi né specifiche autorizzazioni.
La disciplina comunitaria sulle partecipazioni non ha ancora trovato applicazione nel nostro Paese. Infatti, in attuazione della delibera del CICR del 29.7.2008 la Banca d’Italia ha pubblicato per la consultazione, nel dicembre del 2009, una nuova normativa in materia di partecipazioni detenibili dalle banche e dai gruppi bancari, che persegue obiettivi di semplificazione, aggiornamento e armonizzazione con la disciplina comunitaria.
Le nuove disposizioni di vigilanza eliminano la regola della separatezza banca-industria, introducono nuovi limiti all’assunzione di partecipazioni in imprese non finanziarie58, semplificano il regime di autorizzazione all’acquisizione di interessenze in imprese finanziarie , prevedono presidi di natura organizzativa e regole di governo societario volti a prevenire e gestire eventuali conflitti di interesse nell’attività di assunzione e detenzione di partecipazioni. L’ambito di applicazione della nuova disciplina è esteso alle forme di investimento che, pur non qualificabili come partecipazioni, comportano l’assunzione di rischi analoghi (ad esempio, i fondi di private equity).
In particolare, con riferimento alle interessenze fuori dal campo finanziario, sono previsti due limiti prudenziali: un limite di concentrazione, in base al quale non può essere detenuta una partecipazione qualificata per un ammontare superiore al 15% del patrimonio di vigilanza, e un limite complessivo, secondo cui il complesso delle partecipazioni qualificate non può eccedere il 60% del patrimonio di vigilanza. Quanto alle interessenze nel capitale delle banche, imprese finanziarie e imprese assicurative, la normativa ora introdotta stabilisce un’unica soglia di autorizzazione rapportata al patrimonio di vigilanza, pari al 10 per cento. È stato infine confermato il vigente limite generale agli investimenti in partecipazioni e in immobili.

5.4 Organizzazione e controlli interni
Le disposizioni in materia di organizzazione e governo societario, emanate dalla Banca d’Italia nel marzo 2008, mirano ad assicurare condizioni di sana e prudente gestione e la stabilità complessiva del sistema finanziario, obiettivi fondamentali della regolamentazione e dei controlli di vigilanza. L’intervento fa seguito alle novità introdotte dalla riforma del diritto societario e dal relativo coordinamento del TUB, con particolare riguardo alla possibilità riconosciuta alle banche di adottare sistemi di amministrazione e controllo diversi da quello tradizionale59. Gli obiettivi perseguiti riguardano: la chiara distinzione dei ruoli e delle connesse responsabilità, l’appropriata ripartizione dei poteri di amministrazione e controllo, l’equilibrata composizione degli organi, l’efficacia e l’efficienza del sistema dei controlli, il presidio di ogni tipologia di rischio, l’adeguatezza dei flussi informativi.
Le norme rimettono in generale all’autonomia degli intermediari il compito di individuare gli assetti di governo più rispondenti alle caratteristiche operative e alle strategie aziendali. Le scelte devono essere attentamente valutate e motivate dagli intermediari, anche in relazione ai costi connessi con l’adozione e il funzionamento del sistema prescelto. Tali scelte devono essere poi illustrate alla Banca d’Italia nell’ambito di un progetto di governo societario, approvato dall’organo con funzione di supervisione strategica, con il parere favorevole dell’organo di controllo.
Le disposizioni di vigilanza fanno riferimento alle funzioni di supervisione strategica60, di gestione61 e di controllo62 che devono essere ripartite tra gli organi o all’interno di essi, in modo che siano precisati i rispettivi compiti e sia favorita la dialettica aziendale. Quando le funzioni di supervisione strategica e di gestione sono incardinate in un solo organo va assicurato un equilibrato bilanciamento dei poteri tra i componenti non esecutivi63 e quelli esecutivi. La presenza di elementi indipendenti all’interno dell’organo con funzioni di supervisione strategica, che vigilano con autonomia di giudizio sulla gestione bancaria, e l’articolazione di questo in comitati agevolano l’assunzione di decisioni su “materie in cui è più forte il rischio di conflitto di interessi”64.
L’organo di controllo, sia esso rappresentato dal collegio sindacale (modello tradizionale) o dal consiglio di sorveglianza (modello dualistico) o dal comitato di controllo sulla gestione (modello monistico), è chiamato a: 1) vigilare sull’osservanza delle norme di legge, regolamentari e statutarie, sulla corretta amministrazione, sull’adeguatezza degli assetti organizzativi e contabili, sulla funzionalità del complessivo sistema dei controlli interni, attraverso un’efficace e incisiva interazione con tutte le strutture e le funzioni in cui si articola il sistema dei controlli (internal audit, risk management, compliance); 2) verificare l’adeguatezza e la rispondenza del processo di determinazione del capitale interno (ICAAP) ai requisiti stabiliti dalla normativa. Nell’eventualità che siano riscontrate irregolarità gestionali, carenze organizzative e violazioni normative, l’organo di controllo deve informare la Banca d’Italia e richiedere l’adozione di idonee misure correttive verificandone nel tempo l’efficacia.
I sistemi di retribuzione e incentivazione costituiscono una leva fondamentale nell’ambito di qualsiasi organizzazione per attrarre, trattenere e motivare le persone in possesso di competenze idonee a mantenere e migliorare la posizione competitiva dell’impresa sul mercato, allineare gli interessi dei manager a quelli degli stakeholders (azionisti, investitori, ecc.), stimolare la ricerca dell’efficienza e del profitto. Se non adeguatamente strutturati, i meccanismi retributivi e premianti possono tuttavia comportare una assunzione di rischi eccessiva e imprudente, con conseguenti riflessi negativi sugli equilibri tecnici aziendali. In Italia, nell’ambito delle disposizioni sull’organizzazione e il governo societario delle banche, la Banca d’Italia ha introdotto, sin dal marzo del 2008, principi generali e linee applicative riguardanti il processo di elaborazione, determinazione e monitoraggio dei sistemi retributivi e di incentivazione, la struttura dei compensi e la trasparenza. Ciò nella considerazione che adeguati sistemi remunerativi degli amministratori e del management della banca possono favorire la competitività e il governo delle imprese bancarie. Al contempo, i sistemi retributivi non devono essere in contrasto con le politiche di prudente gestione del rischio e con le strategie di lungo termine.
La disciplina di vigilanza prevede il coinvolgimento dell’organo assembleare nella definizione delle politiche retributive a favore dei consiglieri di amministrazione e di gestione, di dipendenti o di collaboratori non legati alla società da rapporti di lavoro subordinato, nonché dei piani di compenso basati su strumenti finanziari; un corretto bilanciamento tra le componenti fisse e quelle variabili della remunerazione; il collegamento del compenso variabile con i risultati effettivamente conseguiti nel lungo periodo; il disancoraggio delle remunerazioni dai risultati aziendali per i componenti degli organi di controllo.
Nel marzo del 2011, la Banca d’Italia ha emanato nuove disposizioni in materia di remunerazione nelle banche e nei gruppi bancari, per dare attuazione alla direttiva 2010/76/UE del 24.11.2010 (cd. Capital Requirements Directive CRD III). La direttiva e le disposizioni di vigilanza recepiscono gli indirizzi e i criteri elaborati in sede internazionale che sono orientati alla creazione di sistemi di remunerazione in linea con le strategie e gli obiettivi aziendali di lungo periodo, collegati con i risultati, opportunamente corretti per i rischi.
Gli elementi di maggiore novità riguardano: 1) l’estensione dei presidi (maggior peso della parte fissa della retribuzione e collegamento della parte variabile a indicatori qualitativi) previsti per i responsabili delle funzioni di controllo interno al personale di queste funzioni e alla funzione “risorse umane”; 2) la costituzione di un comitato di remunerazione nei gruppi bancari maggiori e nelle banche quotate; 3) la suddivisione in tre categorie delle banche ai fini dell’applicazione del principio di proporzionalità (gruppi bancari maggiori, con un attivo di bilancio superiore a 20 miliardi di euro; banche minori, con un attivo inferiore a 3,5 miliardi di euro; restanti banche, con fascia dimensionale intermedia); 4) l’identificazione di risk takers, la cui attività può avere un impatto rilevante sul profilo di rischio della banca (amministratori con incarichi esecutivi, direttore generale, responsabili delle principali business unit e altre figure apicali, responsabili e personale di livello più elevato delle funzioni di controllo interno, altri soggetti che individualmente o collettivamente possono assumere rischi rilevanti per la banca); 5) la regolamentazione dei benefici pensionistici discrezionali65 e degli interventi pubblici eccezionali (cd. aiuti di Stato) a favore di banche66.
L’adozione di un sistema di controlli interni (SCI) adeguato e funzionale, oltre che affidabile e coerente con la complessità e le dimensioni dell’attività svolta, assume particolare rilevanza per il mantenimento nel tempo di condizioni di sana e prudente gestione.
 Le disposizioni di vigilanza definiscono l’SCI come “l’insieme delle regole, delle procedure e delle strutture organizzative che mirano ad assicurare il rispetto delle strategie aziendali e il conseguimento delle seguenti finalità: 1) efficacia ed efficienza dei processi aziendali; 2) salvaguardia del valore delle attività e protezione dalle perdite; 3) affidabilità e integrità delle informazioni contabili e gestionali; 4) conformità delle operazioni con la legge, la normativa di vigilanza nonché con le politiche, i piani, i regolamenti e le procedure interne”.
La realizzazione delle sopraindicate tali finalità richiede che l’SCI nelle banche si articoli su tre livelli: controlli di linea, eseguiti da strutture di backoffice o incorporati nelle stesse strutture produttive, allo scopo di assicurare il corretto svolgimento dei processi aziendali; controlli sulla gestione dei rischi, effettuati da funzioni indipendenti da quelle produttive e rivolti alla definizione di metodologie di misurazione dei rischi e al controllo dell’operatività delle singole aree d’affari con i profili di rischio/rendimento stabiliti dall’azienda; revisione interna, affidata a una struttura separata e indipendente da quelle produttive, con il compito di valutare l’efficacia e l’efficienza complessiva dell’assetto dei controlli interni67. Nell’ambito dei controlli sulla gestione dei rischi (controlli di secondo livello) si inserisce la funzione di conformità alle norme (compliance), il cui compito specifico è quello di verificare che le procedure interne siano coerenti con l’obiettivo di prevenire la violazione di norme di etero regolamentazione e autoregolamentazione applicabili alla banca68. Il responsabile della funzione di compliance deve possedere requisiti adeguati di indipendenza, autorevolezza e professionalità69. La nomina e la revoca del responsabile di tale funzione sono di competenza del consiglio di amministrazione (consiglio di gestione), sentito il collegio sindacale (consiglio di sorveglianza). L’adeguatezza e l’efficacia della funzione di conformità devono essere sottoposte a verifica periodica da parte della funzione di revisione interna. Alle banche di minori dimensioni viene riconosciuta la possibilità di esternalizzare la funzione a terzi, ferma l’individuazione di un responsabile interno70. In base alla normativa di vigilanza, le banche devono porre in essere soluzioni organizzative in grado di: assicurare la separazione tra funzioni operative e di controllo, con l’obiettivo di rimuovere eventuali conflitti d’interesse; identificare, misurare e monitorare adeguatamente tutti i rischi che impattano sulla gestione aziendale; individuare e formalizzare i compiti e le responsabilità del personale; garantire che le irregolarità riscontrate siano tempestivamente portate a conoscenza delle funzioni di più alto livello; assicurare sistemi informativi affidabili e idonee procedure di reporting alle unità organizzative incaricate di svolgere funzioni di controllo.
Per la definizione di un SCI efficace ed efficiente è richiesto il coinvolgimento degli organi amministrativi e di direzione delle banche. In particolare, il Consiglio di amministrazione è responsabile delle decisioni strategiche aziendali, delinea le politiche di gestione del rischio, definisce la struttura organizzativa, formalizza compiti e responsabilità delle unità operative, assicura l’indipendenza tra le funzioni operative e di controllo, attribuisce le deleghe di poteri, verifica periodicamente la funzionalità del modello SCI. L’Alta Direzione definisce procedure di controllo idonee a garantire un’efficace gestione dell’operatività e dei rischi aziendali, verifica nel continuo la funzionalità del modello SCI, individua e valuta i fattori da cui possono derivare rischi, stabilisce i compiti delle unità preposte ai controlli assicurando che il personale abbia conoscenze adeguate ai compiti assegnati, definisce le procedure informative necessarie a consentire all’organo amministrativo piena conoscenza dei fatti aziendali. Vengono poi indicati i requisiti di controllo prudenziale distinti per tipologia di rischio. Riguardo al rischio di credito, la Banca d’Italia impone ai vertici aziendali la definizione di modelli di misurazione e controllo andamentale del rischio di credito. Si stabilisce che il processo del credito risulti dal regolamento interno, che deve essere sottoposto periodicamente a verifica. Per ciascuna fase in cui si articola il processo del credito (istruttoria, erogazione, monitoraggio, revisione degli affidamenti e interventi in casi di anomalia), si specificano gli adempimenti da porre in essere e la finalità da perseguire.
Quanto ai rischi di tasso di interesse e di mercato, la normativa di vigilanza prevede che le banche si dotino di strumenti di misurazione coerenti con il grado complessità aziendale e di sistemi informativi in grado di monitorare le esposizioni al rischio e la loro tempestiva segnalazione ai vertici aziendali. Si attribuisce alla banca la facoltà di delegare la gestione del proprio portafoglio di strumenti finanziari a intermediari bancari o imprese di investimento, ferma restando la responsabilità in merito alla gestione del soggetto delegante. In relazione alla crescente complessità dell’attività bancaria, si richiama infine l’attenzione degli intermediari sulla necessità di definire politiche di gestione nonché procedure di individuazione e, ove possibile, di misurazione dei rischi operativi, di regolamento, reputazionali e legali.
Come dianzi precisato, l’attività di revisione interna deve essere svolta da una funzione indipendente, composta da elementi qualitativamente e quantitativamente adeguati ai compiti da espletare. Essa consiste in un complesso di adempimenti volti a controllare la regolarità dell’operatività e l’andamento dei rischi, a valutare la funzionalità del sistema dei controlli interni, a portare a conoscenza dei vertici aziendali i possibili miglioramenti alle politiche di gestione dei rischi, agli strumenti di misurazione e alle procedure.
 Per assicurare una gestione sana e prudente è altresì necessario che le banche si avvalgano di sistemi informativi che presentino standard di affidabilità, completezza ed efficacia funzionale. Poiché la diffusione della tecnologia dell’informazione (IT) in ambito aziendale, oltre a produrre indubbi vantaggi nel trattamento delle informazioni, può comportare rischi operativi, è indispensabile che le banche abbiano un sistema di controlli e un assetto organizzativo idonei a garantire l’affidabilità delle proprie base dati e dei propri sistemi elaborativi.
 Per il raggiungimento di questi obiettivi, si richiede che le strategie riguardanti l’IT siano approvate dal consiglio d’amministrazione, le politiche, gli standard e i controlli siano definiti e documentati, le procedure per l’approvazione e l’acquisizione sia dell’hardware sia del software, nonché per l’esternalizzazione del sistema di elaborazione dati siano formalizzate, la funzione di revisione interna sia in grado di verificare l’adeguatezza dei controlli.
 Il paragrafo 5 delle Istruzioni di vigilanza è dedicato ai controlli sulle succursali estere. In particolare, le banche devono verificare la coerenza dell’operatività delle proprie succursali estere con gli obiettivi e le strategie aziendali e adottare procedure informative e contabili agevolmente raccordabili con il sistema centrale e in grado di assicurare flussi informativi adeguati e tempestivi nei confronti dell’alta direzione. Si richiede inoltre che le succursali estere siano assoggettate ai controlli dell’internal audit e che i risultati di tale attività siano portati a conoscenza dell’alta direzione, la quale avrà cura di riferire, almeno una volta l’anno, al consiglio di amministrazione.
La Sezione III delle disposizioni di vigilanza disciplina il sistema dei controlli interni di un gruppo bancario. Declinate le tipologie dei controlli esercitati dalla capogruppo71, la Banca d’Italia sottolinea l’opportunità che, a livello di gruppo, siano previsti procedure formalizzate di coordinamento e collegamento fra le società componenti del gruppo e la capogruppo per tutti i segmenti operativi, meccanismi di integrazione dei sistemi contabili, flussi informativi periodici e procedure che garantiscano in modo accentrato la misurazione, gestione e controllo di tutti i rischi del gruppo. La Sezione IV della normativa è dedicata, infine, ai compiti del collegio sindacale, l’organo di controllo per antonomasia. In particolare, i sindaci controllano l’operato degli organi aziendali, verificano il regolare funzionamento di ciascuna principale area organizzativa e valutano il grado di efficienza e di adeguatezza del sistema dei controlli interni, con particolare riguardo al controllo dei rischi, all’attività dell’internal audit e al sistema informativo-contabile. Inoltre, essi interagiscono con la funzione di revisione interna e le altre strutture preposte ai controlli interni e informano la Banca d’Italia circa le irregolarità e le carenze riscontrate nell’esercizio della loro attività.

6. La vigilanza ispettiva

L’art. 54 stabilisce che la Banca d’Italia può effettuare ispezioni presso le banche e richiedere a esse l’esibizione di documenti e gli atti ritenuti necessari. Sono sottoposti a vigilanza ispettiva anche i soggetti abilitati ex art. 1, lett. r), del Testo unico della finanza (TUF), autorizzati all’esercizio dei servizi e/o delle attività di investimento (tra cui SIM, SGR e SICAV), i soggetti sottoposti a vigilanza consolidata e supplementare, gli intermediari finanziari e gli IMEL.
Il controllo ispettivo rappresenta il necessario complemento di quello esercitato a distanza permettendo di osservare e valutare correttamente attraverso il confronto continuato con gli esponenti aziendali e i responsabili dei settori operativi nonché tramite l’acquisizione di dati e notizie in loco la coerenza dei presidi organizzativi rispetto alla propensione al rischio degli intermediari, la funzionalità degli assetti di governo e l’efficacia del sistema dei controlli interni, l’attendibilità dei dati contabili e delle informazioni segnalati, la correttezza dei comportamenti, anche nei confronti della clientela72.
L’ispettore è un pubblico ufficiale. Egli ha il potere di accedere all’intero patrimonio informativo dell’intermediario, al fine di acquisire la documentazione necessaria per la conduzione dell’indagine, e il dovere di rilevare tutte le fattispecie, anche di rilevanza penale, riscontrate durante il sopralluogo.
Il processo ispettivo si articola in tre diverse fasi: pre-ispettiva, accertativa, rappresentativa. L’analisi pre-ispettiva viene svolta sulla base delle informazioni fornite alla Banca d’Italia e degli elementi valutativi già disponibili presso le strutture della Vigilanza (Ispettorato e Filiali), al fine di individuare gli aspetti tecnici o gestionali meritevoli di approfondimento. La fase accertativa riguarda l’attività di verifica presso l’intermediario. La fase rappresentativa consiste nella formalizzazione in un documento degli esiti della visita ispettiva.
I percorsi di analisi ispettiva s’ispirano al principio di proporzionalità. Infatti, la struttura di detti percorsi e le tecniche di analisi sono calibrate sulle caratteristiche dimensionali e di complessità degli intermediari. Anche la conduzione degli accertamenti si informa al suddetto principio. Gli incaricati degli accertamenti adattano infatti i percorsi all’operatività e al livello di problematicità della situazione aziendale.
Le metodologie di analisi sono applicabili, in via generale, alle banche, ai gruppi creditizi e agli intermediari vigilati dalla Banca d’Italia, fermi restando i necessari adattamenti richiesti dalle specificità operative dei diversi soggetti sottoposti ad accertamenti.
Sono previste tre tipologie di accertamento: a spettro esteso; mirate/tematiche; di follow up. Gli accertamenti “a spettro esteso”, finalizzati all’analisi della complessiva situazione aziendale, possono riguardare un singolo intermediario o un gruppo bancario. L’indagine non si estende a qualsiasi aspetto della gestione aziendale, ma attiene ai soli rischi e profili trasversali rilevanti ai fini del perseguimento degli obiettivi di vigilanza. Le ispezioni ”mirate” si riferiscono a specifici comparti di attività, aree di rischio, profili gestionali o aspetti tecnici. Possono estendersi a più intermediari appartenenti a un gruppo. Nell’ambito di tale tipologia rilevano le ispezioni “tematiche”, che sono svolte presso più intermediari (o più gruppi), allo scopo di accertare la sussistenza di rischi sistemici. Gli accertamenti di follow up sono diretti a verificare l’esito di azioni correttive avviate d’iniziativa dall’intermediario ovvero sollecitate dalla Banca d’Italia.
Gli accertamenti ispettivi si concludono con la predisposizione di un rapporto, il quale consta di due parti: la prima, detta dei “Rilievi e osservazioni”73, è rivolta agli esponenti aziendali ed è finalizzata a comunicare l’esito complessivo dell’indagine e le criticità rilevate; nella seconda, detta dei “Riferimenti riservati”, l’ispettore descrive e analizza i principali elementi di valutazione acquisiti nel corso del sopralluogo ed esprime un giudizio complessivo sull’intermediario, oltre che valutazioni sui rischi rilevanti e sui profili trasversali (redditività e adeguatezza patrimoniale).
Il rapporto ispettivo è atto della Banca d’Italia e non già degli incaricati dell’accertamento. A riprova di ciò rileva la considerazione che il procedimento ispettivo si conclude con l’approvazione dei risultati da parte del Governatore al quale gli ispettori, ai sensi dell’art. 7 del TUB, sono tenuti a fare riferimento74.
I rilievi emersi in sede ispettiva vengono portati a conoscenza dell’organismo ispezionato, entro 90 giorni dalla conclusione del sopralluogo, nel corso di una apposita riunione degli organi con funzione di supervisione strategica e di gestione, alla quale partecipano anche l’organo con funzione di controllo e il capo dell’esecutivo. Nel termine di 30 giorni dalla consegna del rapporto, l’intermediario e i soggetti che compongono gli organi aziendali sopraindicati fanno conoscere all’Organo di vigilanza le proprie considerazioni in ordine ai rilievi mossi, dando notizia delle iniziative assunte o in via di adozione per la rimozione delle irregolarità riscontrate.
In caso di appartenenza a un gruppo bancario, l’intermediario ispezionato è tenuto, a mente dell’art. 61, comma 4, del TUB, a trasmettere tempestivamente copia delle irregolarità riscontrate alla capogruppo, la quale sempre nel termine di 30 giorni dalla consegna del rapporto farà conoscere alla Banca d’Italia le proprie osservazioni in ordine ai rilievi formulati sulla controllata e alle iniziative correttive individuate.
Quando le irregolarità sono tali da richiedere l’avvio del procedimento sanzionatorio, la Banca d’Italia provvede a contestarle formalmente agli interessati secondo la procedura prevista negli artt. 145 del TUB e 195 del TUF. Entro 30 giorni dal ricevimento della lettera di contestazione, i soggetti interessati possono far conoscere all’Organo di vigilanza le proprie controdeduzioni. Il procedimento si conclude entro 240 giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle controdeduzioni75.

7. L’attività di controllo e gli interventi di vigilanza

L’assetto dei controlli sulle banche e i gruppi bancari è stato profondamente rinnovato nel corso del 2008 in seguito all’entrata in vigore della nuova disciplina prudenziale76, che ha recepito le modifiche intervenute nella regolamentazione internazionale (Basilea 2).
Il nuovo modello privilegia un approccio di tipo consolidato, volto a cogliere rischi e presidi complessivi degli intermediari, indipendentemente dall’articolazione organizzativa e societaria prescelta; è inoltre focalizzato sui rischi (risk-based) ed è graduato in funzione delle dimensioni, della rilevanza sistemica e della problematicità dei soggetti vigilati77.
Per lo svolgimento dei controlli, gli analisti e gli ispettori si avvalgono di una “Guida per l’attività di vigilanza”, che:
  • delinea le modalità del processo di revisione e valutazione aziendale (SREP), secondo uno schema operativo unitario, idoneo a garantire la coerenza dei comportamenti;
  • disciplina tutte le attività di controllo sugli intermediari, con esclusione di quelle connesse con le fasi costitutive e le procedure straordinarie;
  • intende assicurare che la verifica delle condizioni di sana e prudente gestione dei soggetti vigilati nonché l’osservanza della normativa siano perseguite con efficacia ed efficienza nel rispetto del principio di trasparenza dei soggetti vigilati.
Come dianzi osservato, lo SREP è volto ad accertare che gli intermediari si dotino di presidi patrimoniali e organizzativi adeguati rispetto ai rischi assunti. Esso si compone di un insieme di attività che consente di esprimere, con cadenza di norma annuale, una valutazione complessiva sulla situazione attuale e prospettica di ciascun intermediario e che determina, in caso di significative anomalie, l’adozione delle misure correttive più idonee.
Le metodologie di analisi e i criteri di valutazione sono definiti nel richiamato Sistema di analisi aziendale, che costituisce il principale strumento a supporto delle attività dello SREP. Tale sistema permette di accertare l’esposizione ai rischi e l’adeguatezza dei relativi fattori di controllo nonché dei presidi organizzativi, patrimoniali ed economici, per giungere alla formulazione del giudizio complessivo.
Il SAA delinea un percorso di indagine strutturato, all’interno del quale vengono utilizzati controlli a distanza (off site) e ispettivi (on site). Formano oggetto di valutazione le aree di rischio (strategico, di credito, di mercato, di liquidità, di tasso d’interesse, operativo e di reputazione) e i profili trasversali (sistemi di governo e di controllo, redditività e adeguatezza patrimoniale).
L’analisi del rischio strategico, si articola in due fasi: la prima attiene alle modalità di definizione degli obiettivi strategici nonché alla capacità di tradurli in interventi coerenti sulle variabili organizzative e di correzione in caso di andamenti sfavorevoli; la seconda riguarda le caratteristiche della strategia di offerta di prodotti/servizi, la variabilità dei risultati economici e l’andamento delle quote di mercato.
Lo scopo dell’analisi dei sistemi di governo e di controllo è di valutare la presenza di rischi derivanti dall’inadeguatezza degli assetti generali di governo, organizzativi e di controllo degli intermediari. L’analisi ha per oggetto il sistema di governance (assetti proprietari, organi con funzione di supervisione, gestione e controllo), l’organizzazione aziendale (macrostruttura, sistemi di programmazione e controllo direzionale, sistemi informatici e tecnologici) e le funzioni di controllo. L’analisi del rischio di credito si fonda sulla misurazione della qualità e della concentrazione del portafoglio prestiti e sulla valutazione dei relativi presidi organizzativi. La qualità creditizia è esaminata sulla base di indicatori che misurano lo stock e il tasso di generazione dei crediti deteriorati nonché l’impatto delle relative perdite. L’analisi del grado di concentrazione è incentrata sulla verifica del rispetto della normativa dei “grandi rischi” nonché sulla diversificazione del portafoglio prestiti per affidato e per settori di attività economica.
Formano oggetto di analisi anche la politica e la capacità allocativa, l’esposizione verso i paesi a rischio, le principali posizioni di rischio censite dalla Centrale dei rischi, i derivati di credito e le cartolarizzazioni.
L’analisi dei presidi organizzativi si basa sulla verifica delle soluzioni adottate dai soggetti vigilati per conseguire obiettivi di efficienza ed efficacia del comparto.
L’analisi dei rischi finanziari si fonda sulla valutazione dell’esposizione ai rischi di mercato/controparte, di tasso d’interesse sul portafoglio bancario e di liquidità e dei relativi presidi organizzativi. In particolare: la misurazione dei rischi di mercato e di controparte, derivanti dalla negoziazione in conto proprio di strumenti finanziari, è basata sul rapporto fra VaR e patrimonio di vigilanza; l’apprezzamento del rischio di tasso d’interesse sul portafoglio bancario (escluso quello di negoziazione) è basato sul calcolo del valore economico (valore attuale dei futuri flussi di cassa netti), nell’ipotesi di shock parallelo della struttura per scadenza dei tassi di interesse; la verifica dell’esposizione al rischio di liquidità è volta a valutare la capacità, su un orizzonte temporale di tre mesi, di fronteggiare deflussi di risorse liquide, alla luce della struttura per scadenze del bilancio. L’analisi dei rischi operativi e di reputazione è diretta a valutare la capacità della banca di governare, gestire e controllare tali tipologie di rischi. Stanti le difficoltà di applicare ai richiamati profili di rischio una metodologia quantitativa e di cogliere, specie a distanza, gli elementi di debolezza organizzativa e di processo, la valutazione assume carattere fondamentalmente qualitativo, soprattutto per i rischi di reputazione. Pertanto, l’indagine sarà indirizzata alla verifica del grado di aderenza ai principi di gestione e controllo previsti dalla normativa prudenziale e alla valutazione delle aree di business che generano rischi di questo tipo (asset management, servizi di investimento e pagamento, ecc.) e dei sistemi informativo, amministrativo-contabile e distributivo. L’apprezzamento del rischio di reputazione viene effettuato esaminando i danni reputazionali già emersi (perdite o esborsi di denaro) e taluni fattori operativi e/o organizzativi (conflitti di interesse, complessità organizzativa, ecc.) indicativi di rischi della specie.
Lo scopo dell’analisi della redditività è di valutare la capacità dell’intermediario di conseguire e a mantenere nel tempo equilibri economici soddisfacenti. Per valutare la capacità reddituale è necessario esaminare il flusso di reddito riclassificato in termini di adeguatezza e di stabilità. Sotto il primo aspetto, l’analisi si focalizza su “quanto” reddito è stato prodotto, misurandone la congruità in relazione alle diverse esigenze di utilizzo del reddito e al confronto competitivo. Sotto il secondo aspetto, l’attenzione è rivolta a “come” il reddito è stato conseguito, individuando gli elementi di forza e di debolezza del processo di produzione del reddito.
L’analisi del patrimonio viene effettuata allo scopo di valutare la sua adeguatezza, attuale e prospettica, a fronteggiare i rischi aziendali rilevanti. Il percorso di analisi si sviluppa su due fasi: nella prima, viene considerata la capacità di copertura dei requisiti patrimoniali relativi ai rischi di primo pilastro; nella seconda, si verifica l’adeguatezza del capitale complessivo in relazione a tutti i rischi rilevanti a cui è esposto l’intermediario e alle strategie dallo stesso perseguite.
Il giudizio di profilo scaturisce: per le aree di rischio, dalla combinazione delle valutazioni assegnate all’esposizione al rischio e all’adeguatezza degli specifici presidi organizzativi; per i profili trasversali, dall’analisi qualitativa per i sistemi di governo e controllo, da quella quantitativa per la redditività e l’adeguatezza patrimoniale.
La valutazione complessiva sulla situazione aziendale è basata sui punteggi parziali attribuiti alle aree di rischio e ai profili trasversali suindicati e tiene conto di tutte le altre informazioni disponibili sull’azienda. Le valutazioni sono articolate su una scala di 6 giudizi, da 1 a 6, secondo gradi crescenti di problematicità.
Qualora al termine del processo valutativo emergano inadeguatezze o carenze, sia dell’ICAAP, sia, più in generale, della complessiva situazione aziendale, la Banca d’Italia interviene con misure atte a ripristinare condizioni di normalità. In particolare, l’azione di vigilanza può essere classificata nelle seguenti categorie:
  1. l’azione conoscitiva, finalizzata ad acquisire informazioni quali-quantitative di maggiore dettaglio sulla situazione aziendale (assetti di governo e controllo, strategie aziendali, ecc.). Tale azione si basa principalmente sul confronto con l’intermediario e si sviluppa con richieste di informazioni, convocazioni degli esponenti aziendali e accertamenti ispettivi;
  2. l’azione di intervento, volta a prevenire il deterioramento della situazione aziendale o di suoi profili, sollecitare gli organi aziendali a mantenere o ripristinare condizioni di corretto funzionamento, promuovere il risanamento delle gestioni caratterizzate da aspetti di problematicità, assicurare il rispetto delle norme e dei requisiti prudenziali. Essa si attua attraverso interventi di tipo preventivo (richiami, inviti o raccomandazioni) o correttivo (misure di carattere organizzativo, di contenimento/riduzione dei rischi, di natura patrimoniale);
  3. l’azione di “follow-up”, diretta a monitorare lo stato di attuazione delle iniziative assunte dall’intermediario, autonomamente o per corrispondere alle richieste dell’Organo di vigilanza.
Il confronto con gli intermediari può essere: conoscitivo, se volto a migliorare l’analisi dell’esposizione ai rischi, dei profili trasversali e del processo di autovalutazione dell’adeguatezza patrimoniale (ICAAP)78; interlocutorio, se finalizzato a rappresentare all’intermediario i risultati emersi dal percorso di analisi della situazione aziendale (SAA) e a stimolare l’attuazione di misure di adeguamento; di “follow-up”, se orientato a verificare lo stato di attuazione delle misure assunte d’iniziativa dall’intermediario o imposte dalla Banca d’Italia, nonché i risultati raggiunti.
Gli strumenti del confronto sono costituiti da richieste di elementi informativi aggiuntivi rispetto a quelli rassegnati in via ordinaria alla Banca d’Italia, dalla convocazione degli esponenti aziendali per approfondire la situazione complessiva e, in particolare, i risultati emersi dal processo di revisione e valutazione prudenziale (SREP)79, da accertamenti ispettivi.
L’azione correttiva, che si sviluppa attraverso interventi con un grado di intensità e incisività differente in relazione alla rilevanza delle anomalie emerse, può trarre origine da un giudizio di inadeguatezza delle iniziative intraprese (ovvero prospettate) dagli organi aziendali, dalle risultanze degli accertamenti ispettivi, conclusi con un giudizio sfavorevole, dall’improvviso deterioramento degli equilibri tecnici e/o dall’emergere di irregolarità gestionali o violazioni della normativa.
Gli interventi dell’Organo di vigilanza, effettuati nella forma di lettere di richiamo o di audizioni con gli esponenti aziendali o mediante un utilizzo combinato dei due strumenti, possono avere per oggetto:
  • il rafforzamento dei presidi organizzativi;
  • il contenimento del livello dei rischi assunti, anche attraverso il divieto di effettuare determinate categorie di operazioni;
  • la limitazione alla distribuzione di utili o di altri elementi del patrimonio;
  • la detenzione di un patrimonio di vigilanza superiore al requisito patrimoniale complessivo;
  • il rafforzamento del capitale complessivo determinato nell’ambito del processo ICAAP80.
Le misure di cui al punto sub) 4 possono consistere nell’imposizione di un requisito patrimoniale aggiuntivo (o requisito specifico)81 o nell’applicazione di target ratio82. L’applicazione di un requisito specifico è richiesta quando vengono accertate rilevanti carenze organizzative nel sistema di governo e controllo nonché nei sistemi di gestione dei rischi (di credito, di controparte, di mercato e operativi) e quando il profilo patrimoniale evidenzia elementi di forte debolezza.
Alla formalizzazione dell’intervento correttivo segue la fase di follow-up, che consiste nel seguire da vicino gli sviluppi delle iniziative intraprese dall’intermediario per la normalizzazione della situazione aziendale e nel verificare che queste siano coerenti con quanto rappresentato dall’Organo di vigilanza. Una volta completate le verifiche, si pone la scelta tra ritenere conclusa l’azione correttiva, qualora l’intermediario abbia corrisposto alle richieste della Banca d’Italia, oppure protrarre l’azione correttiva o rafforzarla, mediante ulteriori richieste e/o iniziative ove la risposta dell’intermediario si discosti in misura più o meno significativa dalle indicazioni della Banca.



1  Saccomanni F., Indagine conoscitiva sulle Autorità amministrative indipendenti, Camera dei Deputati, Roma, 27.10.2010. La riforma del 1936 stabilì un’organizzazione di governo del settore, ai cui vertici furono posti il Comitato dei Ministri, al quale fu affidata l’alta vigilanza e la direzione politica dell’attività bancaria, l’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, con il compito di esercitare la vigilanza sul sistema bancario, e il Comitato Corporativo Centrale, con la funzione di collaborare alla definizione delle direttive generali. Nel 1944, furono aboliti il Comitato dei Ministri e l’Ispettorato trasferendo i relativi poteri al Ministro del Tesoro, con delega di esercizio alla Banca d’Italia. A distanza di poco meno di tre anni si decise di restaurare la vecchia struttura verticistica con la creazione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, a cui furono attribuiti poteri di indirizzo, affidando alla Banca d’Italia le funzioni del cessato Ispettorato.

2  La legge persegue il duplice obiettivo di innalzare il grado di trasparenza dei mercati e di rafforzare la tutela dei risparmiatori, con norme che incidono sulla disciplina degli operatori, sulle relazioni tra intermediari e clientela, sull’assetto delle autorità di controllo. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la legge: prevede il coordinamento fra le autorità di vigilanza (Banca d’Italia, Consob, Covip, Isvap e Antitrust), rimettendo ad esse l’individuazione delle forme più appropriate; prescrive la collaborazione fra le suddette autorità, anche attraverso lo scambio di informazioni, escludendo l’opponibilità reciproca del segreto d’ufficio; consente alle autorità di avvalersi, nell’esercizio dei poteri di vigilanza informativa e ispettiva, del Corpo della Guardia di finanza; detta, per tutte le autorità di controllo, nuove disposizioni per l’adozione di provvedimenti sia individuali sia di carattere generale e normativo.

3  Messori M., La legge sulla tutela del risparmio: un’altra occasione mancata, in Banca Impresa Società, n. 3/2004. Nel modello “per soggetti”, ciascuna categoria di intermediari è vigilata da un distinto organo per l’intero spettro delle attività svolte e la vigilanza è incentrata soprattutto su controlli di tipo strutturale. Nell’approccio “per finalità” (cd. modello twin peaks), gli intermediari sono sottoposti al controllo di più autorità, ognuna competente con riferimento a singoli obiettivi della regolamentazione, indipendentemente dalla forma giuridica dei soggetti vigilati e delle attività da essi svolte. Cfr. al riguardo Onado M., Economia e regolamentazione del sistema finanziario, Il Mulino.

4  Istituito con la legge 576/1982, l’Isvap esercita le funzioni di vigilanza nei confronti delle imprese che operano nel territorio italiano, dei gruppi assicurativi e dei conglomerati finanziari nei quali tali imprese sono incluse, degli intermediari di assicurazione e di riassicurazione, dei periti e di ogni altro operatore del mercato assicurativo. Nell’esercizio delle sue funzioni, l’Isvap persegue obiettivi in termini di sana e prudente gestione delle imprese, trasparenza e correttezza dei comportamenti delle imprese, degli intermediari e degli altri operatori del settore assicurativo, avendo riguardo alla stabilità, all’efficienza, alla competitività e al buon funzionamento del sistema assicurativo, alla tutela degli assicurati e degli altri aventi diritto a prestazioni assicurative, all’informazione e alla protezione dei consumatori. Le funzioni di vigilanza, compendiate nel Codice delle assicurazioni (d.lgs. 209/2005), sono svolte mediante l’esercizio di poteri di natura autorizzatoria, prescrittiva, accertativa, cautelare e repressiva nonché attraverso l’adozione di ogni regolamento necessario per la sana e prudente gestione delle imprese o per la trasparenza dei comportamenti dei soggetti vigilati.

5  Istituita nel 1993 nell’ambito della riforma della previdenza complementare, la Commissione ha assunto negli anni compiti e attribuzioni sempre più ampi rispetto a quelli previsti in sede costitutiva. La Covip esercita la funzione di vigilanza sui fondi pensione con lo scopo di assicurare la trasparenza, la correttezza e la sana e prudente gestione delle forme pensionistiche complementari, avendo riguardo alla tutela degli iscritti e dei beneficiari e al buon funzionamento del sistema di previdenza complementare.

6  Istituita dalla legge 287/1990, su impulso della normativa comunitaria, l’Autorità ha il compito di applicare la legge vigilando sulle intese restrittive della concorrenza, sugli abusi di posizione dominante, sulle operazioni di concentrazione che comportano la costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante in modo tale da eliminare o ridurre in modo sostanziale e duraturo la concorrenza. In seguito all’approvazione della legge 262/2005, le competenze in materia di concorrenza nel settore bancario, già esercitate dalla Banca d’Italia, sono state attribuite all’Antitrust. In tale ambito, le valutazioni di sana e prudente gestione rimangono affidate alla Banca d’Italia, mentre l’Autorità antitrust esamina gli effetti dell’operazione sull’assetto concorrenziale del mercato.

7  Istituita dalla legge 216/1974, la Consob svolge funzioni di controllo sui prodotti finanziari, assicurando ai risparmiatori ogni informazione necessaria a effettuare e gestire i propri investimenti in modo consapevole, sugli intermediari, attraverso l’emanazione di norme dirette a proteggere gli investitori da comportamenti scorretti, sui mercati garantendo la massima efficienza delle contrattazioni. La Consob è quindi l’autorità preposta alla vigilanza sulla trasparenza e correttezza del mercato finanziario e dei soggetti che vi operano. Obiettivi della sua attività sono la salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario, la tutela degli investitori, il buon funzionamento e la competitività del sistema finanziario.

8  Banfi A., Capizzi V., Nadotti L., Valletta M., Economia e gestione della banca, Mc GrawHill.

9  Sono soggetti diversi dalle banche che svolgono in via esclusiva l’attività di emissione di moneta elettronica, mediante trasformazione immediata dei fondi ricevuti. Nei limiti stabiliti dalla Banca d’Italia, possono anche svolgere attività connesse e strumentali all’emissione di moneta elettronica e offrire servizi di pagamento. Gli IMEL non possono concedere crediti in alcuna forma (art. 114-bis del TUB).

10  Sono imprese, diverse dalle banche e dagli IMEL, autorizzate a prestare i servizi di pagamento di cui all’art. 1, comma 2, lett. f), n. 4, del TUB (art. 114-septies del TUB). Oltre a prestare servizi di pagamento, gli IMEL possono concedere finanziamenti in stretta relazione ai servizi di pagamento offerti e nei limiti fissati dalla Banca d’Italia.

11  Banca d’Italia, Relazione al Parlamento e al Governo, Roma, giugno 2011.

12  Tale fase è stata il risultato di un insieme di fattori: l’esistenza di un mercato chiuso, segmentato e protetto, con connotazioni oligopolistiche, l’ordinamento scaturito dalla riforma della legge bancaria negli anni Trenta, incardinato su un modello organizzativo orientato a privilegiare la stabilità del sistema creditizio, il ruolo egemone dello Stato nell’economia attraverso il possesso, in via diretta o indiretta, della maggioranza del capitale delle principali aziende di credito.

13  Roma G., I controlli sull’attività bancaria, EDIBANK. L’imposizione di rigorosi vincoli operativi e strutturali ha contribuito in effetti a rafforzare la stabilità e la solidità del sistema bancario italiano. Tuttavia, le segmentazioni istituzionali e operative derivanti da tale approccio, unitamente alla diffusione della natura pubblica di numerosi intermediari bancari, hanno limitato a lungo la concorrenza, l’efficienza e la capacità del settore bancario di soddisfare in maniera adeguata le esigenze della clientela sotto il profilo della qualità dell’assistenza finanziaria, dei prezzi dei servizi e dei prodotti offerti. Cfr. Castaldi G. e Clemente C., L’evoluzione delle norme di vigilanza nel settore finanziario: le regole prudenziali, in L’innovazione finanziaria, Giuffré.

14  Roma G., Il sistema finanziario italiano, EDIBANK.

15 Finocchiaro A., Contessa A., La Banca d’Italia e i problemi del governo della moneta, Banca d’Italia, 2002.

16 La relazione degli amministratori deve illustrare la situazione dell’impresa e l’andamento della gestione nel suo complesso. Dalla relazione devono altresì risultare tra l’altro: i fatti di rilievo verificatisi dopo la chiusura dell’esercizio, l’evoluzione prevedibile della gestione, le attività di ricerca e sviluppo, i rapporti verso le imprese del gruppo.

17  Un esempio tipico dell’applicazione di tale criterio è rappresentato dall'operazione di "pronti contro termine passiva”, in cui la banca vende a un cliente un titolo obbligazionario ei si impegna contestualmente a riacquistarlo a una data e a un prezzo prefissati. Fino a quando è in essere il contratto, il titolo non è di proprietà della banca, bensì del cliente. Pertanto, se prevalesse la forma giuridica dell’operazione il titolo in questione dovrebbe essere iscritto nei conti d’ordine. Poiché invece prevale la sostanza dell’operazione, la banca deve iscrivere il titolo tra le proprie attività e iscrivere al passivo il debito corrispondente al prezzo di riacquisto.

18  Nell’ottobre del 2008 la Commissione europea ha adottato, con uno specifico Regolamento, un emendamento dello IASB (International Accounting Standards Board) del 13.10.2008 al principio contabile IAS 39 in tema di strumenti finanziari, che consente di riclassificare i “crediti e altri titoli di debito” detenuti dalle imprese che applicano gli standard internazionali, in modo da poter utilizzare il criterio di valutazione del costo in luogo del fair value. Ciò al fine di ridimensionare l’impatto della crisi finanziaria internazionale sui bilanci europei delle banche, imprese di assicurazione e in genere società quotate. Organismo Italiano di Contabilità, Il fair value e la crisi dei mercati finanziari, Audizione alla Commissione Finanze e Tesoro della Camera dei Deputati, Roma, 21.10.2008

19  Clemente C., in Ferro-Luzzi P., Castaldi G. (a cura di), La nuova legge bancaria, vol. II, Giuffré.

20  Onado M., Mercati e intermediari finanziari, Il Mulino. Secondo una distinzione proposta da Knight in un saggio del 1921, dal titolo Risk, Uncertainty and Profit, una situazione può essere definita di rischio quando le probabilità che un evento si verifichi sono note e anche misurabili. La condizione di incertezza, invece, non consente di prevedere le probabilità che un evento possa verificarsi, né i potenziali risultati connessi. Gli eventi futuri e incerti possono produrre tanto profitti quanto perdite ovvero solo perdite. Nel primo caso, il soggetto sopporta un rischio finanziario o speculativo; nel secondo, un rischio puro.

21  Si possono distinguere cinque tipologie di rischio di credito: il rischio di insolvenza esprime la possibilità che il soggetto affidato divenga insolvente, per il deteriorarsi del ciclo economico o per l’aumento dei tassi d’interesse; il rischio di migrazione, connesso al deterioramento del merito creditizio della controparte affidata, per le cause su richiamate; il rischio di recupero indica la possibilità che, in relazione al rincaro dei tassi di interesse o alla diminuzione del valore delle attività reali, il tasso di recupero relativo alle esposizioni nei confronti di debitori divenuti insolventi si riveli inferiore a quanto stimato ex-ante; il rischio di esposizione rappresenta il rischio che l’ammontare dell’esposizione aumenti inaspettatamente nel periodo appena antecedente il verificarsi dell’insolvenza; il rischio di spread rappresenta il rischio che, a parità di merito creditizio, aumenti il premio al rischio richiesto dal mercato, per effetto di una crisi di liquidità dei mercati o di un aumento dell’avversione al rischio degli investitori.

22  Le fonti normative sono costituite dal documento del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria “International Convergence of Capital Measurement and Capital Standards, A revised Framework. Comprehensive Version”, giugno 2006, e le direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE del 14.6.2006, relative, rispettivamente, all’accesso degli enti creditizi e al suo esercizio (CRD) e all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi (CAD).

23  Tale aggregato è composto da elementi di qualità primaria: capitale versato + riserve (compreso il sovrapprezzo azioni) + strumenti innovativi e non innovativi di capitale con scadenza + utile del periodo + filtri prudenziali positivi del patrimonio di base azioni proprie avviamento altre immobilizzazioni immateriali perdita del periodo e di quelle registrate in esercizi precedenti rettifiche di valore su crediti rettifiche di valore relative al portafoglio di negoziazione a fini di vigilanza filtri prudenziali negativi del patrimonio di base altri elementi negativi.

24  Tale aggregato è costituito da: riserve di rivalutazione + strumenti innovativi di capitale e strumenti non innovativi di capitale con scadenza non computabili nel patrimonio di base + strumenti ibridi di patrimonializzazione + passività subordinate di 2° livello + eccedenza rettifiche di valore complessive rispetto alle perdite attese + plusvalenze nette su partecipazioni + altri elementi positivi + filtri prudenziali positivi del patrimonio supplementare + altri elementi positivi minusvalenze nette su partecipazioni altri elementi negativi filtri prudenziali

25  Probabilità che una controparte risulti inadempiente entro un orizzonte temporale di 12 mesi. La stima viene effettuata sulla base delle medie di lungo periodo dei tassi di default relativi a un orizzonte temporale di 12 mesi.

26  Misura della perdita attesa che la banca subirà in caso di insolvenza di una controparte. È espressa in termini percentuali dell’

27  Misura dell’esposizione nei confronti di una controparte al momento dell’insolvenza.

28 Il VaR (value at risk) indica la massima perdita attesa su un dato orizzonte temporale (solitamente un giorno) e nei limiti di un predefinito intervallo di confidenza (solitamente pari al 95 o 99 per cento). Proviamo a chiarire questo concetto con un esempio molto semplice: supponiamo che una banca abbia un portafoglio di titoli obbligazionari il cui valore di mercato all’inizio di un certo giorno è pari a 100 milioni di euro, con un intervallo di confidenza del 95 per cento. Qualora le condizioni di mercato siano normali, la banca si attende che 5 volte su 100 il suo portafoglio avrà a fine giornata un valore inferiore a 100 milioni ovvero che 95 volte su 100 il portafoglio avrà sempre a fine giornata un valore non inferiore a 100 milioni.

29  Consistono in denaro contante, determinati strumenti finanziari e oro. Sono prestate attraverso contratti di pegno, trasferimento della proprietà con funzione di garanzia, di pronti contro termine, di concessione e assunzione di titoli in prestito.

30  Riguardano operazioni di pronti contro termine, di concessione e assunzione di titoli in prestito, finanziamenti con margini.

31  Contratti nei quali l’obbligo per il fornitore di protezione di adempiere all’obbligazione si ha al verificarsi di un determinato evento creditizio. L’obbligazione consiste nella corresponsione di un importo pari: i) al deprezzamento dell’obbligazione di riferimento rispetto al suo valore iniziale; ii) all’intero valore nozionale dell’obbligazione di riferimento in cambio della consegna o di altro strumento finanziario equivalente indicato nel contratto; iii) a un ammontare fisso predeterminato.

32  È il capitale a rischio ovvero il fabbisogno di capitale relativo a un determinato rischio che la banca ritiene necessario per coprire le perdite eccedenti un dato livello atteso.

33  Per prove di stress si intendono le tecniche quantitative e qualitative con le quali le banche valutano la propria vulnerabilità a eventi eccezionali ma plausibili; esse si estrinsecano nel valutare gli effetti sui rischi della banca di eventi specifici (analisi di sensibilità) o di movimenti congiunti di un insieme di variabili economico-finanziarie in ipotesi di scenari avversi (analisi di scenario). Cfr. Circolare della Banca d’Italia n. 263 del 27.12.2006.

34  È il capitale interno riferito a tutti i rischi rilevanti assunti dalla banca, incluse le eventuali esigenze di capitale interno dovute a considerazioni di carattere strategico.

35  Indica gli elementi patrimoniali che la banca ritiene possano essere utilizzati a copertura del capitale interno complessivo.

36  Manzelli G., Il nuovo Accordo sul Capitale (Basilea 2). Un inquadramento generale e talune proposte di modifica, in Rivista Bancaria, n. 3/2009.

37  Tra i numerosi lavori sulle cause e gli effetti della crisi finanziaria cfr. Draghi M, Un sistema con più regole: più capitale, meno debiti, più trasparenza, Intervento al Senato della Repubblica, Roma, 21.10.2008; Masera R., La crisi globale: finanza, regolazione e vigilanza, in Rivista trimestrale di diritto dell’economia, n. 1/2009, reperibile sul sito www.rtde.luiss.it; Pezzuto A., Crisi finanziaria e riforme dell’architettura della vigilanza, in Banche e Banchieri, n. 2/2010.

38  Sull’argomento cfr. Cannata F. e Quagliariello M., La riforma regolamentare proposta dal Comitato di Basilea: una visione d’insieme, in Bancaria, n. 2/2010; Pezzuto A., Le nuove regole prudenziali di Basilea 3, in Dirigenza Bancaria, n. 145/2010.

39  La riforma prevede la seguente composizione del patrimonio ai fini di vigilanza: 1) common equity tier 1 capital, composto da elementi di capitale di primaria qualità; 2) additional tier 1 capital, composto in massima parte da strumenti ibridi; 3) tier 2 capital, la cui composizione è rimasta molto simile a quella attualmente vigente.

40  Sono state introdotte due misure: la prima è rappresentata da un cuscinetto di capitale aggiuntivo rispetto ai minimi regolamentari, pari al 2,5 per cento, del common equity in rapporto all’attivo a rischio; la seconda consiste nel costituire un buffer anticiclico che potrà raggiungere il 2,5 per cento delle attività ponderate per il rischio.

41  Tale funzione concorre alla definizione delle politiche e dei processi di gestione del rischio di liquidità, verifica il rispetto dei limiti imposti alle varie funzioni aziendali e propone agli organi amministrativi iniziative di attenuazione del rischio.

42  Sono due o più soggetti che costituiscono un insieme unitario sotto il profilo del rischio in quanto: a) uno di essi ha, direttamente o indirettamente, un potere di controllo sull’altro o sugli altri (connessione giuridica); ovvero: b) indipendentemente dall’esistenza dei rapporti di controllo di cui sopra, esistono, tra i soggetti considerati, legami tali che, con tutta probabilità, se uno di essi si trova in difficoltà finanziarie l’altro, o tutti gli altri, potrebbero incontrare analoghe difficoltà (connessione economica).

43  Artt. 51, 53, comma 1, lett. b) e d), 53 comma 3, 65, 66, 67, comma 1, lett. b) e d), 2-ter e 3-bis, 67, comma 3.

44  L’ammontare dell’esposizione non sia maggiore di euro 150 milioni; la somma delle posizioni di rischio nei confronti di eventuali clienti connessi diversi da banche o imprese di investimento non sia superiore al 25% del patrimonio di vigilanza; l’esposizione, in base a una prudente valutazione condotta dall’intermediario, sia coerente con la dotazione patrimoniale dello stesso e comunque non superi il 100% del patrimonio di vigilanza.

45  Sono definite tali gli esponenti aziendali, i principali azionisti e gli altri soggetti capaci di condizionare la gestione della banca in quanto in grado di esercitare il controllo, anche congiuntamente con altri soggetti, o una influenza notevole. Una parte correlata e i soggetti ad essa connessi costituiscono il perimetro dei soggetti collegati.

46  Banca d’Italia, Attività di rischio e conflitti di interesse delle banche e dei gruppi bancari nei confronti di soggetti collegati, Documento per la consultazione, Maggio 2010.

47  Artt. 53, comma 1, lett. b) e d), 53, comma 4, 53, comma 4-ter, 53, comma 4-quater, 67, comma 1, lett. b) e d), e 137.

48  Ponderate secondo fattori che tengono conto della rischiosità connessa alla natura della controparte (non finanziaria e altra parte correlata) e delle eventuali forme di protezione del credito.

49  Nell’ambito delle parti correlate non finanziarie sono stati definiti tre limiti: a) 2% nel caso di una parte correlata che sia un esponente aziendale o un partecipante che abbia il controllo o sia in grado di esercitare influenza notevole sull’intermediario; b) 5% nel caso di una parte correlata che sia un partecipante qualificato diverso da quelli di cui al punto sub a) o un soggetto in grado di nominare almeno un componente degli organi; c) 15% negli altri casi, che comprendono le parti correlate su cui la banca esercita controllo o influenza dominante. I limiti alle attività di rischio verso altre parti correlate sono fissati a un livello relativamente più alto (rispettivamente, 5%, 10% e 20%). Il limite individuale è pari al 20% del patrimonio di vigilanza.

50  Alla fine degli anni Venti l’attivo di bilancio delle principali banche miste era fortemente immobilizzato per la presenza di una rilevante quota di partecipazioni in imprese industriali e di finanziamenti a lungo termine. Il sistema bancario era pertanto estremamente vulnerabile agli shock che colpirono l’economia italiana all’inizio degli anni Trenta. Infatti, quando la Grande crisi si affacciò anche nel nostro Paese causando la caduta dell’attività economica e del livello del reddito, le banche furono sull’orlo del tracollo. Il fallimento fu evitato soltanto in seguito all’intervento dello Stato che acquisì il pacchetto di maggioranza di tali banche, poi ceduto all’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Cfr. Cotula F., Guarino G., Toniolo G (a cura di), La Banca d’Italia, sintesi della ricerca storica 1893-1960, Editori Laterza.

51  Tale limite, peraltro, può essere superato a patto che sia il valore della partecipazione sia la somma delle eccedenze rispetto al predetto limite siano contenuti entro una determinata percentuale del patrimonio di vigilanza (1% per le banche ordinarie, 22% per quelle abilitate e specializzate).

52  Il limite di concentrazione e quello complessivo di partecipazioni detenibili sono rappresentati, rispettivamente, dal 15% e dal 3% del patrimonio di vigilanza.

53  Sono intermediari con un patrimonio di vigilanza pari a 1 miliardo di euro e una adeguata esperienza nel comparto. Il limite complessivo è rappresentato dal 50% del patrimonio di vigilanza, mentre quello di concentrazione è pari al 6% del patrimonio di vigilanza.

54  Sono intermediari con un patrimonio di vigilanza non inferiore a 1 miliardo di euro e una struttura del passivo carrate rizzata da una raccolta prevalentemente a medio e lungo termine. Il limite complessivo e quello di concentrazione sono pari rispettivamente al 60 % e al 15% del patrimonio di vigilanza.

55  Secondo la direttiva comunitaria, costituisce “ partecipazione qualificata” il possesso di una partecipazione diretta o indiretta in un’impresa non finanziaria che rappresenti il 10% o più del capitale o dei diritti di voto o che renda possibile l’esercizio di un’influenza notevole sulla gestione dell’impresa.

56  Detti limiti trovano applicazione a livello consolidato, nei confronti delle banche appartenenti a un gruppo bancario; a livello individuale, nei confronti di banche non appartenenti a un gruppo bancario.

57  Se entrambi i limiti di concentrazione e complessivo sono superati, l’importo da coprire con fondi propri è pari all’eccedenza di importo più elevato.

58  La disciplina sulle interessenze in questione (partecipazioni “a valle”) va tenuta distinta da quella dei controlli sugli assetti proprietari delle banche (partecipazioni “a monte”). La disciplina “a valle” persegue finalità di stabilità della banca che assume la partecipazione; quella “a monte” è invece orientata a finalità di sana e prudente gestione della banca in cui l’interessenza è acquisita. Cfr. Banca d’Italia, Disposizioni di vigilanza sulle partecipazioni detenibili dalle banche e dai gruppi bancari. Documento di consultazione, Dicembre 2008.

59  Il nuovo diritto societario (d.lgs. 6/2003), entrato in vigore il 1° gennaio 2004, prevede tra l’altro la scelta tra diversi modelli di amministrazione e controllo. Oltre al modello tradizionale, incentrato sulla presenza del consiglio di amministrazione (o amministratore unico) e del collegio sindacale, sono disciplinati altri due: il modello monistico, di matrice anglosassone, nel quale il consiglio di amministrazione costituisce al proprio interno il comitato per il controllo sulla gestione; il modello dualistico, di derivazione tedesca, in cui l’amministrazione compete al consiglio di gestione, nominato da un comitato di sorveglianza, il quale svolge anche funzioni di supervisione sulla gestione aziendale e approva i bilanci La disciplina degli organi di controllo prevede la separazione in via ordinaria del controllo contabile, affidato ai revisori, dal controllo sull’amministrazione, che spetta al collegio sindacale.

60  Riguarda la determinazione degli indirizzi e degli obiettivi aziendali strategici e la verifica della loro attuazione.

61  Consiste nella conduzione dell’operatività aziendale per la realizzazione delle strategie societarie.

62  Si sostanzia nella verifica della regolarità dell’attività di amministrazione e dell’adeguatezza degli assetti organizzativi e contabili della banca.

63  Sono i consiglieri che non fanno parte del comitato esecutivo, né sono destinatari di deleghe né svolgono funzioni attinenti alla gestione dell’impresa.

64  Tarantola A.M., Il sistema dei controlli interni nella governance bancaria, Roma, 6 giugno 2008.

65  Trattasi di bonus (variabili) connessi con la conclusione del rapporto di lavoro, accordati su base individuale e discrezionale.

66  Per maggiori dettagli, si fa rinvio a Venturi E., Le politiche di remunerazione nelle imprese finanziarie(dal contesto internazionale alle nuove regole europee), in Rivista di diritto dell’economia, n. 4/2010, reperibile sul sito www.rtde.luiss.it; Pezzuto A., Le politiche di remunerazione del management bancario, in Dirigenza Bancaria, n. 146/2010.

67  La normativa di vigilanza riconosce alle banche di dimensioni ridotte la facoltà di affidare in outsourcing la funzione di auditing. In tali casi, l’esternalizzazione deve risultare formalizzata in un accordo scritto, che definisca gli obiettivi, la metodologia e la frequenza dei controlli, i collegamenti con le funzioni svolte dal collegio sindacale, la possibilità di effettuare controlli al verificarsi di esigenze improvvise, gli obblighi di riservatezza, l’accesso dell’Autorità di vigilanza alla documentazione prodotta dall’outsourcer.

68  Sull’argomento cfr. Boccuzzi G., La funzione di compliance: il presidio dei rischi aziendali e l’evoluzione della normativa Basilea 2 e Mifid, in Bancaria, n.2/2008.

69  Il responsabile può essere un amministratore non esecutivo o un dirigente che non abbia responsabilità diretta di aree operative.

70  L’esternalizzazione della funzione deve essere formalizzata in un accordo, che definisca gli obiettivi della funzione, la frequenza minima dei flussi informativi nei confronti del responsabile interno all’azienda e degli organi di vertice aziendali, gli obblighi di riservatezza delle informazioni acquisite nell’esercizio della funzione, la possibilità di rivedere le condizioni del servizio.

71  Nel quadro dell’attività di direzione e coordinamento del gruppo, la capogruppo deve esercitare: a) un controllo strategico sull’evoluzione delle diverse aree di attività in cui il gruppo opera e dei correlati rischi; b) un controllo gestionale teso ad assicurare il mantenimento delle condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale sia delle singole società sia del gruppo nel suo insieme; c) un controllo tecnicooperativo volto alla valutazione dei profili di rischio dell’attività delle singole controllate e del gruppo.

72  Banca d’Italia, Relazione al Parlamento e al Governo, Roma, Giugno 2009.

73  I rilievi attengono al mancato rispetto di norme ovvero a disfunzioni e carenze che, rappresentando i rischi che incidono sulla sana e prudente gestione dell’intermediario, sono da correggere e/o rimuovere tempestivamente. Le osservazioni riguardano profili gestionali suscettibili di evoluzione negativa o comunque meritevoli di miglioramento, al fine di prevenire l’affievolimento delle condizioni di sana e prudente gestione.

74  Condemi M., Controllo dei rischi bancari e supervisione creditizia, Cacucci.

75  La procedura sanzionatoria viene attivata anche per le irregolarità riscontrate nell’ambito dell’attività di vigilanza a distanza.

76  Banca d’Italia, Circolare n. 263 del 27.12.2006.

77  Gli intermediari sono ripartiti in cinque macro-categorie: 1) intermediari con significativa presenza

internazionale; 2) intermediari a rilevanza sistemica nazionale (con totale attivo ≥ a 20 miliardi di euro); 3) intermediari medio-grandi (con totale attivo compreso tra 3,5 e 20 miliardi o patrimonio > a 10 miliardi o controvalore annuo di negoziazioni > a 150 miliardi); 4) intermediari minori (con totale attivo ≤ a 3,5 miliardi o patrimonio ≤ a 10 miliardi o controvalore annuo di negoziazioni ≤ a 150 miliardi); 5) soggetti sottoposti a regolamentazione particolare (IMEL, intermediari ex art. 106 del TUB e SIM).

78  L’interazione con l’intermediario può rilevarsi utile anche in connessione con l’istruttoria di procedimenti amministrativi riguardanti, sia le iniziative per l’ampliamento della capacità operativa, sia l’autorizzazione all’utilizzo di sistemi interni di misurazione dei rischi.

79  Gli incontri si svolgono con gli esponenti di vertice degli organi amministrativi e di controllo o con la dirigenza intermedia. Nel primo caso per esaminare la situazione complessiva dell’intermediario, le strategie aziendali, i profili di governance nonché le politiche aziendali in materia di gestione dei rischi, di determinazione dei correlati presidi patrimoniali e organizzativi, di controlli interni. Nel secondo caso per approfondire la conoscenza di specifici comparti operativi (ad esempio, area finanza), delle metodologie di gestione dei rischi, del processo di autovalutazione dell’adeguatezza patrimoniale, dei sistemi di controllo.

80  Rappresenta un impegno che l’intermediario assume ad accrescere l’ammontare e/o a migliorare la qualità delle risorse finanziarie detenute a fronte del capitale interno complessivo.

81  Il requisito specifico può essere: riferito a una singola tipologia di rischio; commisurato al totale delle attività di rischio ponderate; determinato attraverso l’applicazione di un trattamento specifico agli aggregati che concorrono alla formazione dei requisiti patrimoniali.

82 Si richiede all’intermediario di detenere un patrimonio di vigilanza compatibile con valori prefissati per il tier 1 ratio (rapporto tra patrimonio di vigilanza e totale delle attività di rischio ponderate) e il total risk ratio (rapporto tra patrimonio di base e totale delle attività di rischio ponderate).

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