Giovani italiani - Lost in transition

di Mariella Trucchi dal Numero 5 - Settembre - Ottobre 2011
Minore occupazione, minore crescita economica
1. Le difficoltà occupazionali dei giovani
Uno dei principali nodi che la crisi ha messo in evidenza, contribuendo a soffocare la crescita economica ed il mercato del lavoro italiano, è la crescente difficoltà di inserimento dei giovani nel mondo dell’occupazione. Una difficoltà che si allarga a macchia d’olio soprattutto nelle regioni del Sud, ma che rischia di diffondersi, sempre in misura più sensibile, in tutto il territorio nazionale.
Per comprendere più a fondo le difficoltà occupazionali dei giovani e le apparenti contraddizioni di rilevamenti che si presentano è necessario andare oltre l’osservazione del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) in quanto quest’ultimo non spiega il fenomeno di quanti, al termine della scuola, non cercano o non trovano attivamente un impiego. Ad esempio, mentre l’osservazione del tasso di disoccupazione giovanile di lunga durata indica che la distanza dell’Italia dagli altri Paesi industrializzati come Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti in termine di capitale umano prima della crisi si è andata a ridurre significativamente, il tasso di occupazione dei giovani italiani negli ultimi anni non palesa alcun miglioramento, come si evidenzia dai grafici A e B elaborati dal Centro Studi Confindustria (CSC) su dati OCSE.
Così molti giovani non risultano tra le fila dei disoccupati in cerca di lavoro o perché scoraggiati dalle mancate offerte di lavoro del Paese o per motivi di studio, anche con lo sguardo rivolto verso l’estero. Tali motivazioni stanno ad indicare il persistere di una certa difficoltà nella transizione dalla scuola al lavoro (giovani italiani lost in transition).

GRAFICO A

GRAFICO B

In Italia, infatti, permangono ostacoli strutturali che riguardano la difficile transizione dalla scuola e dall’università al lavoro e quand’anche i giovani italiani riuscissero a completare gli studi ottenendo un diploma o una laurea, molti in ritardo rispetto ai loro coetanei negli altri paesi avanzati, difficilmente riuscirebbero a raggiungere una stabilità nel percorso lavorativo prima dei trenta anni. Si tratta di ostacoli e criticità che richiamano le stesse cause della bassa crescita italiana: poca meritocrazia, mismatch formativo-occupazionale, impedimenti al fare impresa. Quindi i giovani italiani, oltre a faticare il doppio rispetto ai coetanei stranieri per trovare una propria collocazione nel mercato del lavoro, soprattutto se donne, si trovano più penalizzati riguardo alla stabilità e al guadagno.
Per evitare questo spreco enorme di risorse umane, aventi ripercussioni in campo economico e sociale, occorre una strategia che riconduca ad un aumento della dotazione di capitale umano impiegato, sia attraverso la diminuzione dei tassi di abbandono scolastico, sia favorendo l’innalzamento del numero dei laureati e sia mediante un inserimento nel mercato del lavoro durante gli studi, usufruendo di un’alternanza fra istruzione-formazione professionale e lavoro per far meglio combaciare le competenze acquisite nelle aule scolastiche con quelle richieste dal mercato del lavoro.
È proprio per far crescere il bagaglio di acquisizioni professionali e lavorative che le nuove riforme della scuola e del contratto di apprendistato pre-vedono regole e modifiche delle disposizioni dei contratti collettivi nazionali. È importante, pertanto, che in Italia sia implementata al più presto la recente riforma dell’apprendistato con la quale il governo, d’intesa con le parti sociale e le regioni, punta a superare i problemi normativi che negli ultimi anni hanno determinato uno scarso utilizzo dell’istituto dell’apprendistato. Quanto detto è avvalorato dall’esperienze di Austria, Germania e Svizzera che dimostrano come nei paesi dove l’apprendistato funziona bene la transizione scuola-lavoro dei giovani è più facile e la condizione occupazionale dei giovani è meno vulnerabile. Come sottolinea una ricerca del CSC (settembre 2011) sugli scenari e le sfide della politica economica, per comprendere meglio le difficoltà del processo di transizione dei giovani italiani bisogna tener presente la quota di giovani che non sono né occupati né impegnati in attività di istruzione o formazione, ovvero i cosiddetti NEET (Neither in Education nor in Employment or Training). Tra i 15-24enni, la percentuale italiana di NEET è scesa dal 23,4% del 1998 al 15,9% del 2008, indicando un miglioramento anche rispetto agli altri paesi OCSE (la cui media era rispettivamente del 13,4% e del 10,9%). La crisi economica nel 2010, però, ha determinato una nuova inversione di tendenza, riportando la quota al 19,1%.
In Italia, inoltre, l’alto numero di abbandoni scolastici (nel 2010 il 18% dei 18-24enni italiani non avevano un diploma e non frequentavano una scuola o un corso di formazione, contro una media europea del 14,1%) fa sì che circa la metà dei NEET appartenga al sottogruppo che l’OCSE definisce left behind: ossia quei giovani che, oltre a non essere né a scuola né al lavoro, non hanno un diploma e quindi corrono il serio rischio di rimanere disoccupati per lunghi periodi. È dunque necessario migliorare la capacità delle scuole di aiutare gli studenti in difficoltà e la possibilità delle famiglie di dare un’istruzione ai propri figli. Una recente analisi del CNEL conferma in generale come l’istruzione continui ad essere uno dei fattori che favoriscono l’occupazione: avere una laurea accresce la probabilità di trovare occupazione e di mantenerla anche durante una fase nega-tiva economica, mentre non aver conseguito un diploma di scuola superiore diminuisce significativamente tale possibilità. L’istruzione, comunque, avvantaggia i giovani.
Tuttavia la situazione italiana si aggrava dal fatto che anche chi ottiene un diploma o riesce a laurearsi spesso impiega più anni del dovuto rispetto a quanto non avvenga nella maggior parte degli altri paesi europei e senza avere acquisito alcuna esperienza lavorativa durante gli studi.
Le mancate opportunità di apprendimento sul luogo di lavoro (learning by doing) dei giovani o di coloro che rimangono a lungo senza occupazione insieme ad una riduzione delle attività di ricerca e di sviluppo da parte delle imprese costituiscono un freno alla velocità di ricrescita dell’output potenziale. In Italia le difficoltà occupazionali dei giovani sono quindi più persistenti, tanto che la quota di NEET cresce nella classe di età dei 25-29enni (27,3% nel 2010). Ciò indica che la transizione al lavoro è problematica anche per i laureati. Un recente studio dell’OCSE ribadisce che l’apprendistato e altri programmi che combinano istruzione e formazione professionale guidano efficacemente il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. Purtroppo in alcuni grandi paesi dell’Area Euro balza in alto però la disoccupazione giovanile, non tanto in Francia e Germania, quanto in Spagna dove il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 45,4% nel primo trimestre 2011, partendo dal 17,8% del precedente quadriennio.
In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è giunto nel 2011 a sfiorare il 29% da un già alto 20% degli anni precedenti, con + 8,9 punti percentuali, che corrispondono a 120mila giovani disoccupati in più.
Se si considerano le varie coorti di età, da 15 a 24 anni,da25a29anni,da30a34anni,da35a39 anni e da 40 a 64 anni, si nota una netta segmentazione del mercato del lavoro, in quanto il tasso di disoccupazione tra i 15 – 24enni è ora il doppio di quello tra i 25 – 29enni, che è quasi il triplo di quello tra gli over 40 (grafico C).

GRAFICO C


2. Ragioni degli effetti negativi del mercato sulla generazione giovanile.
Quando l’economia si contrae la generazione giovanile risente degli effetti negativi del mercato essendo maggiormente fragile e sensibile riguardo all’occupazione. Le ragioni sono principalmente triplici: in primo luogo la minore esperienza lavorativa
dei giovani rispetto al maggior numero di adul-
ti in cerca di impiego;
in secondo luogo la minore efficienza ed abilità
nell’attività di ricerca o di domanda vuoi per limitate risorse finanziarie, vuoi per inesperienza o per scarse conoscenze nella ricerca di un posto di lavoro. A tal proposito le nuove tecnologie informatiche offrono la possibilità di ridurre sensibilmente le asimmetrie informative che ostacolano l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro attraverso la creazione di internet job board. Nel decreto legge 98/2011 è inserita una semplificazione normativa dell’attività di intermediazione svolta da istituti scolastici, università, comuni, varie associazioni etc., ed un ulteriore aiuto è svolto dall’inserimento di un portale pubblico e gratuito inaugurato nell’ottobre 2010 (Cliclavoro – www.cliclavoro.gov.it);
in terzo luogo, soprattutto in Italia nella fascia 15 – 24 anni è salita significativamente l’incidenza dei contratti di lavoro a tempo determinato, passando dal 23,3% nel 2001 al 46,7% nel 2010.
Una reazione a catena che si innesta per i prolungati periodi di disoccupazione all’inizio della car-riera lavorativa è l’aumento del rischio di uscita permanente dal mercato del lavoro con effetti non solo di esclusione sociale per la generazione coinvolta, ma anche di riduzione della forza lavoro, a cui il sistema economico può attingere, con abbassamento della crescita potenziale.
Il depauperamento delle capacità professionali può colpire in particolare quei giovani a cui è offerto un lavoro con contratto a progetto o con contratto a termine che, in caso di allungamento della disoccupazione alla fine dei termini contrattuali, rischiano di non aggiornare le proprie competenze rispetto ai mutamenti delle tecnologie e di avere meno chances di nuova occupazione per diminuzione di specializzazione e produttività del lavoro, fino a desistere nella ricerca, perché colpiti da scoraggiamento.
Si può di conseguenza affermare che con il crescere della durata della disoccupazione aumentano le difficoltà per il reinserimento in un impiego; realtà questa che si verifica in misura più accentuata nei lavoratori adulti.
A fronte quindi di una persistente e crescente disoccupazione strutturale si verifica una diminuzione del potenziale di crescita dei sistemi economici legati alla quantità e qualità della forza lavoro, allo stock di capitale e all’efficienza con cui fattori produttivi vengono impiegati. La conseguente diminuzione del PIL potenziale conduce ad un abbassamento della velocità massima di crescita dell’economia e soltanto investimenti in ricerca, innovazione e formazione con misure di maggior flessibilità nell’impiego del lavoro possono contrastare questa tendenza.
L’aumento della disoccupazione, la minore partecipazione al mercato del lavoro e la diminuzione della produttività per perdita di competenze riducono la quantità e qualità della forza lavoro a disposizione in un sistema economico e quindi in Italia l’output potenziale, cioè il livello di prodotto che può essere raggiunto impiegando pienamente tutti i fattori produttivi disponibili, risulta diminuito.
Anche la minore dotazione di capitale provocata dalla caduta degli investimenti conduce ad una contrazione del PIL.Le stime per l’Italia dell’output potenziale elaborate dai principali organismi internazionali evidenziano marcate perdite strutturali. Gli scenari economici prevedono nel 2016 un PIL potenziale italiano del 6,9% (OCSE) o del 7,3% (FMI) inferiore rispetto al livello che il prodotto avrebbe raggiunto se dal 2008 fosse cresciuto allo stesso ritmo registrato tra il 2000 e il 2007 (grafico D).

GRAFICO D


In Italia la diminuzione del tasso di attività e di produttività del lavoro conduce ad un aumento della disoccupazione. Per i lavoratori meno qualificati e per i giovani 15-24 anni il calo della partecipazione all’attività produttiva si è rilevato più marcato nel 2010 scendendo sotto il 28% rispetto al 30,9% nel 2007. Ciò accresce la preoccupazione che i giovani italiani perdano il contatto con il mercato del lavoro con ripercussioni negative nell’economia.

3. Riforme strutturali inadeguate rispetto agli obiettivi degli altri paesi europei (Europa 2020).
Una necessità per l’Italia per risollevare le sorti del mercato del lavoro e dare una spinta alla crescita occupazionale dei giovani riguarda gli obiettivi delle riforme strutturali. I target indicati dal governo italiano con il Piano nazionale di riforma (PNR) dell’aprile del 2011, piano formulato nell’ambito di Europa 2020, si rivelano però inadeguati rispetto agli obiettivi prefissi dagli altri paesi europei. Per quanto riguarda il lavoro, l’Italia si prefigge peril 2020 di aumentare il numero di occupati partendo dai giovani 20enni agli adulti 64enni con 3,6 milioni di unità aggiuntive, in modo da portare il tasso di occupazione al 68,0% (dal 61,7% del 2009). Uno sforzo quasi doppio è indispensabile per raggiungere l’obiettivo UE, formato in questo caso dalla media degli altri paesi europei: 6,2 milioni di occupati in più per un tasso di occupazione al 75%.
In termini di spesa in ricerca e sviluppo, l’Italia punta a investire 13,4 miliardi di euro in più all’anno nel 2020 (obiettivo dell’1,53% del PIL), piuttosto che i 45 miliardi necessari a rispettare l’indicazione UE (non meno del 3,0% del PIL) e i 33 miliardi indispensabili a cogliere la mediana europea (2,45% del PIL).
Nell'istruzione scolastica, l’Italia conta di abbassare di 185mila unità gli abbandoni giovanili tra i 18-24 anni nel 2020 (puntando al 15,5% dal 19,2% nel 2009), contro i 412mila abbandoni in meno cui dovrebbe mirare se si volesse scendere sotto quota 10%, così come previsto dall’UE. L’Italia vuole, per il 2020, accrescere il numero di laureati tra la popolazione 30-34enne di circa 90mila unità (portandoli a una quota del 26,5%, dal 19,0% nel 2009). Se invece perseguisse l’obiettivo definito dalla UE del 40,0%, il numero di laureati dovrebbe salire di sei volte di più, raggiungendo le 558mila unità.
Ulteriori sforzi sono richiesti dall’Italia per raggiungere gli obiettivi Europa 2020 e riguardano: riduzione della popolazione a rischio povertà (2,2 milioni di poveri in meno rispetto al 2009 14,7%), riduzione di emissioni di gas serra, riduzione dei consumi di energia e aumento delle energie rinnovabili.

4. La distanza tra il mercato del lavoro giovanile e quello degli adulti nei Paesi OCSE
Nel ranking del Labour Age Gap 2011, l’indice che misura il divario esistente tra i giovani under 25 e tutti gli altri adulti lavoratori alla ricerca di un’occupazione, l’Italia in uno scenario internazionale risulta penultima, seguita solo dal Lussemburgo con un raddoppio della percentuale di giovani
senza lavoro oltre un anno, tra i 33 Paesi dell’OCSE. Questo indicatore può assumere valore da zero a uno. Più il valore dell’indice si avvicina a 1 più si minimizza la distanza tra i due specifici mercati. Il Labour Age Gap è costruito come media dei punteggi attribuiti ad ogni Paese per il gap, o meglio, il non-gap esistente nel mercato del lavoro dei giovani (nella fascia di età 15-24 anni) ed adulti (dai 25 ai 64 anni) per quattro indicatori: il tasso di disoccupazione, il tasso di occupazione, il tasso di attività e la percentuale di disoccupati da oltre un anno in tale condizione. Il Labour Age Gap 2011 è stato calcolato tramite gli ultimi dati disponibili di fonte OCSE relativi al 2011 ed è stato messo a confronto con l’indice calcolato lo scorso anno. (tale elaborazione è tratta dal Centro Studi Data - giovani per il Sole 24 Ore su dati OCSE). Dalla graduatoria risulta che Danimarca e Olanda sono al top e pertanto si riscontrano minime barriere per le nuove generazioni alla ricerca di un’occupazione, mentre Italia e Lussemburgo sono in coda.
Il livello dell’indicatore per l’Italia è la metà di quello medio dell’OCSE e più basso di quasi tre volte di quello della Germania. La situazione italiana a livello OCSE è grave proprio nella comparazione tra quanto si verifica per i giovani e ciò che si è determinato contemporaneamente per gli adulti. Nel nostro Paese si rileva una sostanziale similitudine tra la percentuale di disoccupati da oltre un anno dei giovani dai 15 ai 24 anni (44,4%) e quella di soggetti con più di 25 anni (49,6%) mentre, a differenza di tutti gli altri Paesi, la disoccupazione di lunga durata delle classi di età inferiore risulta più alta rispetto a quella delle classi di adulti, che dovrebbero invece avere maggiori problematiche a ricollocarsi.
Se si considera ogni Regione dell’Italia come un Paese a sé, nonostante molte regioni del Nord Italia mostrini parametri giovanili più competitivi rispetto ai Paesi più avanzati del Nord Europa, il divario esistente tra giovani ed adulti nel mercato del lavoro, in peggioramento rispetto all’anno precedente, porta a vanificare anche per le regioni migliori la possibilità di scalare le classifiche internazionali.
Per questo è necessario investire in nuove risorse mirate alla formazione professionale nella scuola e nell’università.

5. Il merito aiuta i giovani a migliorare se stessi
Come ha evidenziato un’analisi del giornalista Antonio Golini: “nella popolazione italiana i giovani con età dai 15 ai 25 anni costituivano al 1950 il 17,3% della popolazione e gli ultrasessantenni il 12%; attualmente le proporzioni si sono totalmente rovesciate essendo i giovani il 10% e gli anziani e vecchi il 27%; ben si intende quindi come anche il peso e l’importanza politica, sindacale ed elettorale sia sempre di più nelle mani delle persone anziane”.
Poiché i giovani sono un bene per lo sviluppo del nostro sistema socio-culturale e lavorativo è necessario gratificarli premiandone al massimo il merito. Tale criterio del riconoscimento del merito dovrebbe non solo affiancarsi a quello dell’anzianità ma a volte superarlo. Così i giovani potrebbero essere stimolati a dare il meglio di se stessi per il progresso della società italiana.
Sottolinea Antonio Golini che in Italia, così come nel resto del pianeta, il mondo dei giovani è in profondissima evoluzione. Un’evoluzione di varia natura:
a) demografica, visto che i giovani diminuiscono fortemente di numero in conseguenza di una or-
mai antica denatalità accentuata e prolungata; b) economica, visto che è larghissima la disoccupazione che colpisce i giovani con particola-
re riferimento alle donne e al Mezzogiorno;
c) politico-culturale, visto che si sono ridotte le grandi formazioni legate a ideologie politiche; d) sociale, visto che si modificano le relazioni con le altre generazioni (specie quelle con gli anziani che mantengono gran parte del potere); e) relazionale, visto che si modificano le relazioni
professionali, interfamiliari e tra i due sessi; f) di integrazione, visto che si intensificano i rapporti con gli stranieri, (sempre più presenti
nelle fasce di età giovanile);
g) tecnologica, visto che la nuova tecnologia in-
formatica di comunicazione via internet condiziona e modifica i rapporti tra i giovani e il resto del mondo.
Un’evoluzione complessa della quale l’intera società italiana, inserita in un contesto internazionale, deve tener conto per dare un futuro migliore ai propri giovani e quindi stare al passo con il cammino del resto del mondo.
È in gioco il futuro dell’umanità e riconoscere il merito dei giovani, stimolarli nelle loro ricerche e risultati non solo aiuta a migliorare la loro carriera e professione, ma anche a superare quella rabbia che i giovani a volte covano dentro di sé, tanto da appellarsi “Indignados”, evitando così di farla esplodere.

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